Il referendum autoreferenziale, un’occasione perduta

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di Antonino Napoli

Una campagna referendaria può essere molte cose: uno scontro politico, una prova di forza, un’occasione di mobilitazione. Ma, prima di tutto, dovrebbe essere un esercizio di chiarezza. Un momento in cui si spiegano ai cittadini i contenuti delle riforme e le ragioni tecniche che le hanno generate. È esattamente questo che è mancato.
Destra e sinistra hanno preferito parlarsi addosso, rincorrendo il consenso dei rispettivi elettorati, piuttosto che affrontare la fatica — ben più impegnativa — di entrare nel merito. Eppure, proprio il merito era il cuore della sfida: illustrare cosa cambia, perché cambia, quali problemi si intendono risolvere e con quali strumenti. In altre parole, rendere comprensibile ciò che per sua natura è complesso.
Le riforme costituzionali non nascono mai per caso. Sono il frutto di esigenze precise, di criticità emerse nel tempo, di equilibri delicati tra principi e funzionamento delle istituzioni. Spiegarle significa accompagnare i cittadini dentro questo percorso, senza scorciatoie, senza semplificazioni fuorvianti. Significa trattarli da interlocutori maturi, non da tifoserie da mobilitare.
Invece si è scelta la via più facile: slogan, contrapposizioni, narrazioni identitarie. Così facendo, si è rinunciato a costruire consapevolezza. E quando manca la consapevolezza, il voto perde parte del suo valore, perché non è più espressione di una scelta informata, ma il riflesso di appartenenze o, peggio, di disorientamento.
Il vero sforzo — quello che avrebbe dato dignità alla campagna referendaria — sarebbe stato un altro: abbassare i toni e alzare il livello, mettere da parte la propaganda e investire nella spiegazione. Non è accaduto. E questa resta, al di là dell’esito, la vera occasione perduta.