Lo Giudice manda una lettera all’avvocato: «Pressioni da alcuni giudici della Dda»
Giu 07, 2013 - redazione
Il collaboratore di giustizia ha recapitato tramite il proprio figlio una missiva all’avvocato del boss Pasquale Condello. All’interno, la ritrattazione della propria confessione – IN ALLEGATO LA LETTERA INTEGRALE
Lo Giudice manda una lettera all’avvocato: «Ho subìto pressioni da alcuni giudici della Dda»
Il collaboratore di giustizia Nino Lo Giudice, scomparso alla vigilia del processo nel quale doveva testimoniare, ha recapitato tramite il proprio figlio una missiva all’avvocato del boss Pasquale Condello. All’interno, la ritrattazione della propria confessione
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REGGIO CALABRIA – Il pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice ritratta tutto. E il mistero si infittisce ancora di più. L’uomo, considerato esponente di spicco delle cosche reggine è scomparso mercoledì mentre si trovava nella località protetta in cui stava scontando agli arresti domiciliari la condanna a 6 anni e 4 mesi comminatagli per gli attentati alla Procura generale di Reggio ed alla casa del pg Di Landro di cui si era autoaccusato e dai quali ora si dice estraneo. Il suo messaggio è stato consegnato all’avvocato Francesco Calabrese che difende il boss Pasquale Condello. La missiva è stata portata dal figlio di Lo Giudice nell’aula del Tribunale di Reggio Calabria in cui è in corso il processo Meta.
Nel testo, accompagnato da immagini nelle quali si vede Lo Giudice che legge la lettera, Nino afferma di voler ritrattare tutte le accuse perchè frutto, avrebbe asserito, «di pressioni di alcuni magistrati della Dda». Lo Giudice esclude di essere o di conoscere il regista degli attentati del 2010 alla Procura generale ed alla casa del pg Di Landro di cui si era accusato. «Mio fratello Luciano – scrive nella lettera – ha resistito a quelle pressioni, mentre io non ci sono riuscito».
L’avvocato Francesco Calabrese, nel processo Meta, difende il boss Pasquale Condello, arrestato nel 2008 dopo una latitanza protrattasi per 18 anni. La lettera è contenuta in un plico in cui si trovava anche una pen drive con immagini di Lo Giudice mentre legge la missiva. La missiva è stata spedita da una località del centro Italia. Dopo che si è appreso della lettera di Lo Giudice nell’aula bunker del Tribunale sono arrivati i Procuratori della Repubblica aggiunti Michele Prestipino ed Ottavio Sferlazza, che hanno preso visione della missiva ed avvertito il Procuratore della Repubblica, Federico Cafiero De Raho. Lo giudice nella missiva ha anche chiesto di non essere cercato, «tanto – scrive – non mi troverete mai».
PENTITO LO GIUDICE: IO MANOVRATO DA BURATTINAI
”Il pentito Lo Giudice si dice manovrato da una ‘cricca di burattinai’, un gruppo di magistrati impegnati in una guerra tra due opposte fazioni”. Lo ha detto, incontrando i giornalisti, l’avvocato Giuseppe Nardo, al quale Lo Giudice ha fatto pervenire lo stesso plico che aveva fatto consegnare, nell’aula del Tribunale di Reggio Calabria, ad un altro penalista. “Nel memoriale di Lo Giudice – ha aggiunto Nardo – sono indicati i nomi dei magistrati Pignatone, Ronchi e Prestipino e del funzionario di polizia Cortese”.
Lo Giudice ha inviato il plico anche all’avvocato Nardo perché è il difensore di Antonio Cortese, una delle persone indicate dal pentito come gli esecutori materiali degli attentati del 2010. “Nel plico che ho ricevuto – ha detto Nardo – è contenuta una scheda di memoria con un video e un audio in cui il pentito Lo Giudice conferma il contenuto dello stesso memoriale. Lo stesso Antonino Lo Giudice mi ha chiesto di diramare il contenuto del suo memoriale, che, per quanto mi riguarda, ritengo sconvolgente”.
NDRANGHETA:PENTITO LO GIUDICE, NO AFFARI ILLECITI CON CISTERNA
“Per quanto riguarda i dottori Cisterna e Mollace devo ribadire, come ho dichiarato nella prima parte del mio interrogatorio subito dopo che ho iniziato a collaborare, che tra mio fratello Luciano e questi signori Mollace e Cisterna non c’erano affari illeciti ma solo e soltanto amicizie normali”. E’ quanto scrive il collaboratore di giustizia Antonino Lo Giudice nella lettera fatta recapitare ad alcuni avvocati a Reggio Calabria prima del suo allontanamento dal luogo di protezione dove si trovava ai domiciliari. “Ma subito dopo – aggiunge – è nato qualcosa tra me e i miei interlocutori che non stava bene, minacciandomi che se non avrei raccontato quello che a ‘loro piaceva’ mi avrebbero spedito indietro e al 41 bis, mi hanno intimidito le loro parole dandomi l’ultimatum per il giorno seguente e che dovevo pensare bene cosa raccontare quando mi sarei presentato davanti a loro, e ‘con discorsi convincenti’ e allora, ricordo che ho trascorso la notte senza dormire ‘intassellando’ il mio mosaico di discorsi ‘convincenti e compiacenti’. Certo non è stato molto facile. Ma ci sono riuscito, da me hanno preteso sempre di più senza lasciarmi spazio neanche per respirare, ogni giorno trascorso in quello stato mi sono dovuto inventare ogni tipo di discorso che doveva servire per la mia verità e per la loro convinzione, accettai mio malgrado ogni tipo di supplizio di libertà a caro prezzo”. “Oggi – conclude Lo Giudice – mi sono reso conto che, non ne vale la pena, ma non è questo il punto della mia lettera, perche questa mia presente vuole fare chiarezza a questioni che riguardano la verità dei veri fatti accaduti”
NDRANGHETA: LO GIUDICE, VENDICATO DI CHI MI HA FATTO MALE
“Mi sono voluto vendicare di tutti quelli che mi avevano fatto del male”. E’ quanto scrive il pentito Antonino Lo Giudice nella lettera spedita prima di allontanarsi dalla località protetta. “Non ho risparmiato nessuno – aggiunge – anche il mio stesso sangue e quei bastardi dei miei fratelli che durante la mia carcerazione mi hanno abbandonato e così pure la mia famiglia. Mi sono inventato di tutto per farli arrestare, ero cieco e non capivo nulla di quello che stavo facendo. Ma coscienziosamente ora dico basta. Ma quali affiliazioni, quale padrino, non esiste nulla. Ho letto tutto nei libri che ancora penso siano lì a casa mia a Reggio. Mi tenevo aggiornato di notizie riportate da giornali e Tv o ne sentivo parlare quando ancora ero giovane, oltre a questo nei primi dibattimenti mi sono trovato spiazzato da un avvocato (Nardo) perché mi chiese di voler sentire la formula della Santa e di altre formule, alla fine del dibattimento mi trovai a parlare con un detenuto anche lui collaboratore e siccome era molto preparato in queste cose lo pregai di insegnarmi tutte le regole e formule della ‘ndrangheta”.




