Scomparso da 36 ore il pentito Nino Lo Giudice. Oggi avrebbe dovuto testimoniare
Giu 06, 2013 - redazione
L’uomo era agli arresti domiciliari in una località segreta, ma non era sottoposto ad alcuna misura particolare di controllo. Avrebbe dovuto testimoniare in aula, ma non ha dato notizie. Vertice in Procura
Scomparso da 36 ore il pentito Nino Lo Giudice. Oggi avrebbe dovuto testimoniare
L’uomo era agli arresti domiciliari in una località segreta, ma non era sottoposto ad alcuna misura particolare di controllo. Avrebbe dovuto testimoniare in aula, ma non ha dato notizie. Vertice in Procura presieduto da Cafiero De Raho; avviate indagini per tentare di ricostruire i movimenti del pentito
REGGIO CALABRIA – Nino Lo Giudice, tra i più importanti pentiti di ‘ndrangheta ed ex boss di Reggio Calabria, è scomparso. Non si è presentato stamattina ad un processo in cui avrebbe dovuto deporre e secondo quanto è stato possibile ricostruire, di lui non si hanno più notizie da 36 ore.
AI DOMICILIARI IN LOCALITA’ PROTETTA – Lo Giudice era agli arresti domiciliari in una località protetta, ma non era sottoposto a particolari controlli. Sta scontando la condanna a 6 anni e 4 mesi inflittagli per gli attentati fatti nel 2010 contro la Procura generale di Reggio, la casa del procuratore generale Di Landro e l’intimidazione all’allora procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone. Era stato lui stesso ad accusarsi per la vicenda delle bombe.
Il pentito avrebbe dovuto deporre nel udienza del procedimento Archi-Astrea in corso a Reggio Calabria contro alcuni affiliati alle cosche di ‘ndrangheta che gestivano gli appalti in città. Il presidente del Tribunale, Giuseppe Campagna, a proposito della mancata comparsa di Lo Giudice, aveva riferito che c’erano stati problemi tecnici nella traduzione del pentito e il processo è stato rinviato.
VERTICE IN PROCURA A REGGIO – In realtà, gli inquirenti erano al lavoro per capire dove sia finito Nino. In Procura a Reggio Calabria si è svolta una riunione dei magistrati, presieduta dal procuratore Federico Cafiero De Raho, il quale al termine si è limitato a confermare la notizia. Al vertice hanno partecipato anche i tre procuratori aggiunti, Nicola Gratteri, Michele Prestipino ed Ottavio Sferlazza, ed i sostituti Giuseppe Lombardo ed Antonio de Bernardo. La prima ipotesi al vaglio è che Lo Giudice si sia allontanato spontaneamente. «E’ una vicenda delicata sulla quale l’ufficio ha avviato le indagini che rientrano nella sua competenza» ha dichiarato all’Ansa Cafiero De Raho.
IL PROFILO DI NINO LO GIUDICE
Un personaggio complicato, al centro di molte vicende criminali reggine, su alcune delle quali ancora bisogna fare luce. Nino Lo Giudicesi è autoaccusato delle bombe contro i magistrati reggini del 2010, quando venne preso di mira in particolare il procuratore generale Di Landro. Ma tra i ruoli che si è autoattribuito Nino, detto il Nano, c’è pure quello di aver contribuito con le proprie dichiarazioni alla cattura del superboss Pasquale Condello, detto il supremo.
Una versione, questa, che però non ha riscontro. Lo Giudice, che da 36 ore risulta scomparso dalla località protetta, ha riferito anche del ruolo apicale, col grado di “padrino”, che ha assunto nella cosca dopo la morte del padre, Giuseppe, ucciso nel giugno del 1990 durante la guerra di mafia.
Il suo arresto è avvenuto poi nel 2010. Era il 7 ottobre, otto giorni più tardi arrivò la decisione di collaborare con la giustizia, mentre era detenuto nel carcere di Rebibbia. Iniziò così a fare le prime rivelazioni all’allora procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Prima di lui, il passo verso lo Stato lo aveva fatto nel 1999 il fratello minore Maurizio, dopo una pesante condanna per l’omicidio di un ristoratore reggino, Giuseppe Giardino, al quale Maurizio aveva tentato di sottrarre l’incasso della giornata sotto casa della vittima.
ORFANI DEL BOSS – Antonino e Maurizio Lo Giudice sono i pentiti figli del defunto boss del quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria, Giuseppe, ucciso ad Acilia. In tutto i fratelli Lo Giudice erano dodici. I ragazzi si forgiarono durante l’infuriare della guerra di mafia scoppiata dopo l’assassinio del boss Paolo De Stefano, il 13 ottobre 1985, ad opera dei sicari al soldo del “supremo”, Pasquale Condello, ora detenuto per una condanna all’ergastolo. In quegli anni, i Lo Giudice innescarono una violenta faida con la famiglia Rosmini, anch’essa schierata con Pasquale Condello, a causa dell’uccisione di Ernesto Rosmini, avvenuta nel 1986. Una lotta virulenta, che provocò una decina di omicidi.
GLI AFFARI DELLA FAMIGLIA – Lo Giudice e Rosmini, sotto l’alta garanzia di Condello, diventarono poi alleati. Dopo la “pace” di ndrangheta, a metà degli anni ’90 e con l’operazione Olimpia, emersero i nuovi assetti di comando nelle ‘ndrine di Reggio Calabria. I figli di “Peppe” Lo Giudice si interesseranno solo di usura e commercio di frutta e verdura e restarono fuori dagli appalti pubblici e privati, settore dove primeggiano i Libri, i Tegano, i Condello e tutta la galassia delle famiglie a loro collegate. Affari in tutta Italia e nei settori più svariati quelli che gestiva la cosca Lo Giudice. Nino li ha descritti minuziosamente nel Tribunale di Reggio Calabria. La cosca Lo Giudice, secondo quanto ha riferito il pentito rispondendo alle domande del pm, Beatrice Ronchi, gestiva una serie di attività economiche utilizzando i proventi delle estorsioni: commercio di automobili di lusso e commercio di legname a Milano e di gioielli a Prato, investimenti nel settore immobiliare a Padova. Attività che venivano curate dallo stesso Nino Lo Giudice soprattutto dopo l’arresto del fratello Luciano.
GLI ATTENTATI AI GIUDICI REGGINI – Nel 2010 le cosche cominciano ad alzare il tiro su obiettivi istituzionali, come la Procura generale e lo stesso Pg, Salvatore Di Landro, oggetto di attentati dinamitardi. Poi arrivarono l’arresto e il pentimento di Nino Lo Giudice. Tra le prime rivelazioni fatte ci furono proprio quelle relative agli attentati ai magistrati reggini. Lo Giudice si è autoaccusato delle bombe alla Procura generale ed al Pg Di Landro chiamando in causa anche il fratello Luciano Lo Giudice, Antonio Cortese, ritenuto l’armiere della cosca, e Vincenzo Puntorieri.




