«Non ero più libero di scegliere»: il racconto di Mangione ai magistrati sulla pressione dei Piromalli

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«Non ero più libero di scegliere»: il racconto di Mangione ai magistrati sulla pressione dei Piromalli
GIOIA TAURO – Non minacce esplicite, non intimidazioni plateali. Secondo il racconto reso ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia, il potere della cosca Piromalli nell’area industriale di Gioia Tauro si manifestava attraverso un sistema più sottile e pervasivo: assunzioni imposte, rapporti condizionati e decisioni imprenditoriali progressivamente sottratte alla libera volontà degli operatori economici.
È quanto emerge dall’interrogatorio di Antonino Mangione, imprenditore indagato nell’ambito dell’operazione “Res Tauro” con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Nel verbale, Mangione descrive un percorso che, a suo dire, lo avrebbe portato a sentirsi sempre più accerchiato dalla cosca fino a perdere il controllo di scelte fondamentali per la gestione della propria azienda.
Una vicenda che ha assunto anche una rilevanza politica, considerato il legame di parentela tra l’imprenditore e l’attuale sindaca di Gioia Tauro, Simona Scarcella, in una fase particolarmente delicata per l’amministrazione comunale, segnata dall’insediamento della commissione d’accesso antimafia.
Secondo quanto riferito agli investigatori del Ros, i rapporti con l’ambiente riconducibile ai Piromalli risalirebbero agli anni Ottanta. Tuttavia, il salto di qualità si sarebbe verificato dopo il trasferimento dell’azienda nell’area industriale di Gioia Tauro nel 2019.
Al centro del racconto compare la figura di Rocco Delfino, detto “u Rizzu”, indicato dagli investigatori come uomo di fiducia del clan. Da semplice conoscente, Delfino sarebbe diventato il principale tramite tra l’imprenditore e l’organizzazione mafiosa. Frequentazioni abituali, aiuti logistici e rapporti apparentemente normali avrebbero lasciato spazio, secondo Mangione, a richieste sempre più pressanti.
La prima imposizione sarebbe arrivata tra il 2020 e il 2021. Un uomo da assumere. Mangione racconta di aver tentato di opporsi, sostenendo che il candidato non possedesse i requisiti necessari. Ma avrebbe presto compreso che quella richiesta non poteva essere rifiutata.
Da quel momento, sempre secondo la sua versione, le indicazioni sarebbero diventate continue. Operai segnalati, nominativi da inserire in organico, persone inviate direttamente dal clan. In totale, racconta, sarebbero state diciotto le assunzioni effettuate sotto pressione.
«Pensavo fosse una cosa occasionale, poi mi sono trovato costretto ad assumere diciotto persone», avrebbe dichiarato ai magistrati.
Il passaggio più delicato del verbale riguarda però alcuni incontri con il boss Pino Piromalli. Mangione racconta di essere stato accompagnato in luoghi isolati di campagna, dopo aver ricevuto precise istruzioni sulle modalità degli spostamenti. In uno di questi incontri, secondo il suo racconto, il boss gli avrebbe chiesto l’assunzione di un ulteriore lavoratore.
Gli incontri, sempre secondo la ricostruzione dell’imprenditore, si sarebbero ripetuti più volte, consolidando una situazione che lui descrive come una forma di controllo costante sulla propria attività.
Tra gli episodi citati compare anche quello relativo a un capannone industriale che Mangione avrebbe voluto prendere in affitto a condizioni vantaggiose. L’operazione, però, non sarebbe andata in porto dopo l’intervento di Delfino, che gli avrebbe consigliato di rinunciare. Una decisione che, secondo l’imprenditore, gli avrebbe causato un significativo danno economico.
Successivamente, quel medesimo immobile sarebbe stato utilizzato da alcuni ex dipendenti per avviare un’attività concorrente, circostanza che avrebbe alimentato il suo risentimento nei confronti di chi, a suo dire, condizionava le sue scelte imprenditoriali.
Nella parte conclusiva dell’interrogatorio emerge il tema della paura. Mangione sostiene di aver accettato molte delle richieste ricevute per timore di possibili conseguenze sui propri familiari, in particolare sulla figlia residente a Milano.
«La paura mi ha devastato», avrebbe confidato ai magistrati, descrivendo uno stato di costante apprensione che, secondo il suo racconto, avrebbe finito per condizionare non solo la sua attività economica ma anche la sua vita personale.
Parole che restituiscono l’immagine di un imprenditore che si definisce progressivamente privato della propria autonomia decisionale, fino a maturare l’idea di lasciare Gioia Tauro e allontanarsi da un territorio nel quale afferma di non essersi più sentito libero di operare. :::