L’Opinione. “Sinistra, se ci sei, batti un colpo”

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di Giuseppe Foti, educatore psichiatrico

Ci sono persone che incontro ogni settimana e che il dibattito pubblico non riesce a vedere. Non perché siano nascoste — abitano i nostri stessi quartieri, usano gli stessi autobus, siedono nelle stesse sale d’attesa. Ma esistono in una frequenza che la politica, da tempo, ha smesso di sintonizzare. Dopo anni di lavoro sul territorio, nella salute mentale e nei servizi alla persona, ho imparato a riconoscere quella frequenza. E ho imparato anche un’altra cosa: che l’invisibilità non è mai casuale. È sempre il prodotto di una scelta — o di una lunga serie di non-scelte accumulate nel tempo.
Non scrivo questo come atto d’accusa e non scrivo per nostalgia. Scrivo perché ho una domanda che non riesco a smettere di farmi, e che riguarda una assenza sempre più difficile da ignorare.
La sinistra non è morta. Sarebbe più semplice così — i morti si piangono, si seppelliscono, si ricordano con una certa pace. È diventata invece qualcosa di difficile da nominare, una presenza che occupa spazio senza riempirlo, che parla senza farsi ascoltare da chi vorrebbe raggiungere. E nel frattempo la realtà ha continuato a muoversi, con la sua consueta indifferenza alle crisi d’identità altrui.
Nel lavoro clinico ed educativo esiste un concetto che conosco bene: la dissociazione funzionale. È quando un sistema — una persona, un’organizzazione, un’istituzione — continua a operare dividendo quello che sa da quello che fa, quello che dichiara da quello che sceglie. La sinistra europea mi sembra da anni in quello stato. Conosce perfettamente la diagnosi sociale: le diseguaglianze crescenti, la fragilità strutturale dei servizi, l’erosione progressiva di tutto ciò che tiene insieme le persone più esposte. La conosce, la documenta, la cita nei convegni con precisione quasi clinica.
Poi, al momento di tradurla in scelte concrete, abbassa la voce. Ammorbidisce. Consegna qualcosa di così prudente da essere quasi inutile. Il paziente, intanto, aspetta nel corridoio — non con rabbia, ormai, ma con quella forma di rassegnazione silenziosa che chi lavora nei servizi riconosce immediatamente, e che è molto più difficile da invertire della rabbia. La rassegnazione non protesta. Si ritira. Occupa sempre meno spazio, finché non diventa invisibile anche lei.
Sono queste le persone che vedo ogni settimana. Uomini e donne con disturbi psichiatrici gravi che vivono soli in appartamenti che nessuno controlla, seguiti da reti di supporto che reggono finché non cambia un appalto, finché non scade un progetto, finché non arriva un taglio che nessuno ha annunciato pubblicamente ma che tutti nel settore sapevano arrivare. E poi ci sono loro — i casi in cui la fragilità incontra l’abbandono istituzionale nella forma più brutale. A Reggio Calabria, trentotto pazienti dializzati rischiano di perdere l’unico centro di cura della città, il “San Giorgio”, rimasto senza accreditamento dopo due anni di promesse disattese. La provincia reggina è quella con meno posti rene in tutta la Calabria, una carenza certificata e documentata dal 2017, mai risolta. In piazza, davanti alla Prefettura, uno di loro — Rosario, anziano, accompagnato dalla moglie — ha provato a parlare davanti alle telecamere, ma la voce gli si è strozzata in gola prima ancora di cominciare. Non è commozione generica. È l’effetto fisico e psicologico di anni trascorsi a sentirsi un peso, un numero in un bilancio che non prevede volti. In psichiatria di comunità chiamiamo carico familiare il peso che le istituzioni trasferiscono sui nuclei più prossimi quando decidono di non presidiare. Qui quel carico ha un nome ancora più preciso: abbandono. Famiglie che costruiscono intorno a chi è malato un’architettura di cura quotidiana silenziosa e invisibile, quasi sempre sulle spalle delle madri, mentre lo Stato ricorre al Consiglio di Stato pur di non riconoscere ciò che ha già perso due volte al TAR. Quel carico, nel tempo, logora.
E quando logora, le persone più fragili restano sole davvero. E non è solo la dialisi. Secondo il Rapporto ISTISAN 2025 dell’Istituto Superiore di Sanità, la Calabria ha meno della metà del personale psichiatrico della media nazionale: 27 operatori ogni 100.000 abitanti contro 58. Chi ha bisogno di cure per la mente, qui, aspetta in un corridoio che spesso non esiste o viene trasferito in altre regioni, lontano da casa e dagli affetti.
La sinistra dovrebbe avere su tutto questo un’agenda chiara, coraggiosa, finanziariamente seria. I numeri la raccontano da soli, e sono numeri che bruciano.
In Italia oggi quasi un cittadino su cinque vive a rischio di povertà: oltre undici milioni di persone. Cinque virgola sette milioni sono in povertà assoluta, incapaci di coprire un paniere minimo di beni essenziali. La povertà assoluta tra i minori ha raggiunto il 13,8 per cento, il livello più alto dal 2014. E mentre questo accade, nel solo 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61 miliardi di euro — 166 milioni al giorno — raggiungendo complessivamente 272 miliardi.
Il 10 per cento più ricco delle famiglie italiane possiede oggi oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Quattordici anni fa quel rapporto era 6,3. Non è una legge naturale. È il risultato di scelte politiche precise, e di altrettanto precise non-scelte.
Sul fronte della disabilità e del welfare, il quadro non è meno tagliente. Dal 2022 al 2025 la spesa complessiva per il welfare sociale è diminuita di un miliardo e 430 milioni di euro, un calo del 13,8 per cento. Il fondo per l’inclusione delle persone con disabilità — che nel 2024 era stato portato a 552 milioni dopo le polemiche — nel 2025 è tornato a 231 milioni.
La sinistra dovrebbe essere il campo politico in cui chi è più esposto trova non solo ascolto ma rappresentanza strutturale — non come categoria da tutelare con un paternalismo che infantilizza, ma come soggetto politico a pieno titolo, portatore di una visione del mondo che il resto della società ha bisogno di ascoltare. Invece anche qui, troppo spesso, sento il rumore di fondo di una politica che gestisce l’emergenza senza mai affrontare la condizione. Che cita i fragili nei preamboli e li dimentica nei bilanci. Che usa la vulnerabilità altrui come argomento retorico senza trasformarla mai in priorità concreta.
C’è anche un problema di linguaggio, e vale la pena dirlo senza giri di parole. Una parte della sinistra ha cominciato a credere che cambiare le parole equivalesse a cambiare la realtà. Nel mio lavoro, questa confusione ha un nome preciso: razionalizzazione. È il meccanismo con cui si sostituisce un’azione difficile con una elaborazione simbolica più accessibile, convincendosi che il secondo gesto valga quanto il primo. Le parole contano, certo — modellano la percezione, orientano l’attenzione, costruiscono senso collettivo. Ma quando il linguaggio diventa il campo principale del conflitto politico, significa che qualcosa si è già inceppato a monte. Chi accompagna ogni giorno una persona con fragilità psichica attraverso un sistema di servizi che cambia forma a seconda della regione in cui vivi, che si interrompe il venerdì pomeriggio e non risponde il lunedì mattina, non si sente rappresentato da chi presidia il dibattito sul lessico. Non perché non gli importi della dignità delle parole. Ma perché la sua urgenza abita altrove, in un posto più concreto e più urgente, e sente che nessuno lo stia nominando davvero. Lo psicologo sociale parlerebbe di un fallimento nel rispecchiamento: la sinistra non riflette più l’immagine di chi vorrebbe rappresentare. Riflette sé stessa, le sue tensioni interne, i suoi equilibri di corrente, le sue guerre di posizione. E chi si avvicina cercandosi in quello specchio, non si trova. Si allontana.

I voti che la sinistra ha perso negli ultimi vent’anni non sono andati tutti a destra. Una quota significativa è evaporata nell’astensione, in quella forma di apatia che i politologi chiamano disaffezione e che è invece qualcosa di più preciso: una delusione che ha smesso perfino di arrabbiarsi. Nel lavoro clinico sappiamo che la rabbia, per quanto scomoda, è un segnale vitale — presuppone un’aspettativa, un investimento emotivo residuo nel cambiamento.
L’apatia politica che vedo crescere intorno a me non è pigrizia civica. È spesso la risposta adattiva di persone che hanno provato a partecipare, si sono sentite tradite con una certa sistematicità, e hanno deciso razionalmente di smettere di investire in qualcosa che non restituisce. Quella gente non è perduta per sempre. Ma non tornerà per nostalgia, non tornerà per fedeltà identitaria. Tornerà, se tornerà, solo davanti a qualcosa di concreto — una proposta che parli alla sua vita, non alla vita che qualcuno immagina per lei da un piano alto.
La domanda di sinistra esiste, ed è urgente. L’Italia si colloca al ventunesimo posto su ventisette paesi dell’Unione europea per equità nella distribuzione dei redditi. Il 20 per cento più ricco guadagna 5,5 volte quello del 20 per cento più povero, contro una media europea di 4,7. La crisi climatica ridisegna le geografie della vulnerabilità sociale con una velocità che i servizi territoriali faticano a seguire. Il lavoro precario ha prodotto nuove forme di esposizione psicosociale che i codici del Novecento non sanno ancora nominare con precisione. E in tutto questo, le persone più fragili — psichiatrici, disabili, anziani soli, lavoratori poveri — continuano ad abitare una zona cieca del dibattito pubblico: presenti nei numeri dei rapporti ufficiali, assenti nella concretezza delle agende politiche. C’è un paese che aspetta qualcuno che dica con chiarezza che il mercato non si autoregola, che la diseguaglianza non è una legge naturale, che lo Stato può e deve scegliere da che parte stare. Non con la nostalgia di un secolo che non tornerà, ma con la consapevolezza che certe domande — chi produce la ricchezza, come viene distribuita, chi paga il costo delle crisi, chi viene lasciato indietro quando il sistema rallenta — non sono mai andate fuori moda.
La sinistra esiste ancora, da qualche parte nei valori dichiarati, nelle intenzioni genuine di molti, nei movimenti che continuano a nascere ai margini dei partiti ufficiali. Ma esistere non basta. Bisogna farsi sentire con la voce di chi ha qualcosa di urgente da dire, non con il tono di chi amministra un’eredità. Bisogna avere il coraggio di stare dalla parte di chi non fa notizia — non per un giorno, non per una campagna elettorale, ma come scelta di campo irrinunciabile e strutturale. Bisogna tornare a fare quello che ogni buon lavoro clinico insegna: stare davvero nel posto dove l’altro si trova, senza mediazioni difensive, senza la distanza confortante del tecnicismo.
Nel territorio in cui lavoro, quella distanza si vede. Si vede negli occhi di chi ha smesso di aspettare. Si vede nelle sale d’attesa dei servizi che chiudono prima del previsto. Si vede nell’affaticamento silenzioso di chi si prende cura senza essere visto.

Il colpo deve arrivare. Forte, chiaro, riconoscibile.

Prima che anche quella pazienza, logorata un giorno alla volta, smetta del tutto di aspettare.