La vena che pulsa: il cuore nascosto della giustizia

Quando giudicare significa vedere l’uomo prima della legge: tra Betti, Kafka, Dostoevskij e le ombre del nostro tempo nelle riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
banner bcc calabria

banner bcc calabria

Ugo Betti, magistrato e poeta, scriveva: “Che cosa vuol dire giudicare, giudicare un altro uomo? Ancora non sono molto tranquillo su questo punto.” Parole che sembrano echeggiare quelle di Socrate nell’Apologia, quando confessa che il vero sapere consiste nel riconoscere la propria ignoranza: e quale ignoranza più grande di quella che riguarda l’animo umano?

Betti raccontava come una volta gli fosse capitato di fermare l’occhio, quasi per caso, sul collo d’un povero diavolo che, imputato, balbettava davanti a lui. Vide una grossa vena, poco sotto l’orecchio, che palpitava disperatamente. Fu quella vena a destare nell’animo suo una rimembranza della giovinezza.

“Avevo seguito a caccia mio zio, avevo raccolto un’allodola colpita; improvvisamente sentii la mia mano di ragazzo riempita del battito, incredibilmente forte, del piccolo cuore. Diventai pallido; allora aprii la mano, ma l’allodola cadde.”

Quell’immagine, così semplice, richiama la compassione di Francesco d’Assisi per le creature più piccole, ma anche la tremenda consapevolezza di Dostoevskij: “Ogni uomo è responsabile di tutto davanti a tutti.” Volesse il cielo che tutti i giudici guardassero sul collo degli imputati le grosse vene che battono. Perché chi ha tenuto in mano l’ultimo palpito d’un’allodola colpita a morte sa che il cuore non batte a tutti allo stesso modo, e che ognuno dice menzogne e verità con un ritmo diverso, con un tremito diverso.

Eppure non è raro vedere ridurre i fatti in pochi schemi e gli uomini in categorie preconcette. Schemi, tabelle, monotonia… non cuori, non pulsazioni, non trasalimenti, non ambasce. Solo giocattoli umani che dicono sì e no, bianco e nero, giorno e notte sempre allo stesso modo e per la stessa ragione. È il rischio che temeva Montesquieu quando scriveva che “ogni potere è portato ad abusare di sé stesso”, soprattutto quando si illude di conoscere l’uomo attraverso formule.

Nei più bei racconti francesi, il presidente Bourriche, troppo giuridico da far dipendere le dispute giudiziarie dalla ragione o dalla scienza, oggi potrebbe immortalare alcuni normotipi giudiziari che credono aprioristicamente nella colpevolezza di un uomo: condannerebbe ancora i Cranquebille di Anatole France, vittime di un sistema che preferisce la coerenza dei propri pregiudizi alla verità dei fatti.

Il presidente Bourriche fa il dovere suo: imprime l’orma inflessibile della legge nella materia inerte dell’umanità, basandola su dogmi canonici. È la stessa inflessibilità che Kafka mette in scena nel Processo, dove la legge non è più un faro, ma un muro cieco.

Si dice che i giapponesi abbiano due nature: quella crudele e quella poetica. Un giorno faranno un’altra guerra perché sono un popolo crudele; la perderanno perché sono un popolo poetico. È un paradosso che ricorda il Bushidō: la spada che uccide e la spada che salva.

Questo mi ricorda quell’altro presidente che condanna tutti perché è molto scettico, ma dà pene minime perché è molto sentimentale. Una figura che sembra uscita da Pirandello: un uomo diviso, frantumato, che non riesce a essere uno, nessuno e centomila anche quando indossa la toga.

Se si potesse domandare che cosa ne pensi di questa faccenda il nostro vero io, quello che si nasconde a noi stessi e non viene deformato dalla realtà quotidiana, forse risponderebbe come l’orbo veggente a cui doleva che alcuni camminino indifferenti in mezzo al popolo come in mezzo a una foresta. È la voce dell’“io profondo” di Bergson, che non coincide mai con le maschere sociali.

Ma insomma, è possibile che solo i poeti e i filosofi debbano essere schiavi di questo tormento? È possibile che giudicare significhi imprimere l’orma inflessibile della legge nella materia inerte dell’umanità? Domanda che tormentava anche Beccaria, quando ammoniva che la pena deve essere necessaria, non crudele; giusta, non vendicativa.

L’uomo della strada fa ressa, soffre, si scarnifica, ha paura: paura della giustizia. Perché l’orma della legge non si sente, si vede: si vede per un attimo quando il condannato è risucchiato dalle tenebre d’una porta bassa e stretta, come se davvero di là dovessero passare granelli di sabbia. È la stessa immagine che Victor Hugo scolpisce nei Miserabili, quando descrive la prigione come un buco che inghiotte l’uomo e restituisce un’ombra.

E se fosse innocente? Noi ignoriamo tutto, nulla vediamo e nulla possiamo, nulla preconizziamo, nulla immaginiamo. Siamo legati e imprigionati in noi stessi, come i giudici di Manzoni nel caso di Gian Giacomo Mora, che credettero più ai propri schemi che alla realtà.

E la gente si meraviglia del genio… Ma forse il genio non è altro che questo: vedere la vena che pulsa dove gli altri vedono solo un imputato.