Il “dupe‑imbecille” come figura sociale tra storia, filosofia e letteratura
Una storia di manipolazioni e identità fragili, narrata dallo scrittore Giovanni CardonaFeb 07, 2026 - redazione
La figura del dupe‑imbecille non nasce oggi. È un personaggio antico, che attraversa i secoli cambiando nome ma non funzione. Ogni epoca lo ha riconosciuto, temuto, sfruttato. E ogni epoca ha trovato un modo per raccontarlo.
Nelle città greche, quando la democrazia era ancora un esperimento fragile, gli oratori sapevano che il popolo poteva essere guidato non solo dalla ragione, ma dalla suggestione. Aristofane, nelle sue commedie, metteva in scena cittadini pronti a credere a qualunque promessa, purché urlata con sufficiente convinzione. Erano i primi dupe, inconsapevoli, trascinati da chi sapeva manipolare il desiderio di appartenenza.
A Roma, Plauto e Terenzio diedero un nome a quella figura: il servus stultus, il servo sciocco che, senza volerlo, favorisce i piani del padrone. Non era cattivo, non era malvagio: era semplicemente permeabile, modellabile, pronto a ripetere ciò che gli veniva suggerito. La sua ingenuità era un ingranaggio perfetto per chi voleva ottenere qualcosa senza esporsi.
Il Medioevo trasformò quel ruolo. Il giullare, il buffone di corte, spesso non capiva di essere usato come strumento politico. Bastava una parola detta al momento giusto per orientare l’umore del sovrano o del popolo. Eppure, anche allora, nessuno lo considerava responsabile: era solo un tramite, un corpo prestato alla voce di altri.
Con il Rinascimento arrivò la lucidità di Machiavelli. Nei Discorsi e nel Principe spiegò che il potere non si regge solo sulla forza, ma sulla capacità di creare illusioni. E per creare illusioni servono persone disposte a crederci e a diffonderle. Non necessariamente stupide: spesso solo bisognose di sentirsi parte di qualcosa. Il dupe moderno nasce qui, nella consapevolezza che la manipolazione non richiede violenza, ma disponibilità.
Il Novecento, poi, ha mostrato la forma più inquietante di questa figura. Hannah Arendt, osservando i processi ai gerarchi nazisti, parlò della “banalità del male”: individui comuni, non mostri, che accettavano ordini e narrazioni senza interrogarsi. Non erano leader, non erano ideologi: erano dupe perfetti, pronti a credere, a ripetere, a giustificare. La loro obbedienza cieca era più pericolosa della malvagità consapevole.
George Orwell, in 1984, descrisse un mondo costruito proprio su questi individui: persone che non solo accettano la menzogna, ma la difendono, la ripetono, la interiorizzano. Il dupe diventa così il custode della menzogna, il suo ripetitore instancabile.
Eppure, il dupe‑imbecille di oggi ha una caratteristica nuova. Non è solo ingenuo. Non è solo manipolato. È spesso un individuo che, per convenienza o per bisogno di approvazione, accetta di diventare strumento. Sa che la storia che racconta è falsa, ma la ripete perché gli conviene, perché gli dà un ruolo, perché gli offre un’identità che altrimenti non avrebbe. È il delatore moderno, l’ascaro volontario, il soldato di una guerra che non comprende ma che gli permette di sentirsi utile.
Quando una tesi politica o giudiziaria vacilla, quando la verità inizia a emergere, quando le coscienze si risvegliano, è proprio lui che viene attivato. Non costa nulla, non richiede competenze, non ha bisogno di capire: basta che parli, che scriva, che diffonda. E se necessario, se la situazione è critica, se la narrazione rischia di crollare, se ne attivano più di uno, su più fronti, come un coro stonato ma insistente che tenta di coprire la voce della realtà.
La letteratura lo ha sempre saputo. Dostoevskij lo descriveva come “l’uomo che si lascia vivere dagli altri”. Pirandello lo vedeva come colui che indossa una maschera senza sapere di averla. Canetti, in Massa e potere, spiegava che la massa ha bisogno di figure così: individui che rinunciano alla propria identità per diventare eco di un comando.
E alla fine, quando tutto è stato detto, quando la storia ha mostrato mille volte come questi personaggi siano necessari ai poteri più opachi, resta solo la saggezza popolare a chiudere il cerchio. Una saggezza antica, ruvida, che non ha bisogno di filosofia per dire ciò che ha sempre visto accadere.
“U dicia San Gennaru, ca pe cazzuni non c’è riparu.”
Non è un insulto. È una constatazione. Una di quelle che attraversano i secoli senza perdere forza: chi sceglie di essere strumento, chi rinuncia alla propria coscienza, chi si lascia usare, difficilmente trova una via d’uscita. Perché la prigione più solida non è quella costruita dagli altri, ma quella che ci si costruisce da soli.




