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TAURIANOVA (RC), MERCOLEDì 17 APRILE 2024

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Processo “Reale 6”, nuovo iter processuale per Giuseppe Mesiani Mazzacuva “Un impianto accusatorio fantasioso, ha spiegato l’avvocato Emanuele Genovese, demolito con prove schiaccianti, che evidenziano l’insussistenza del fatto reato rispetto alla trama criminosa”

Processo “Reale 6”, nuovo iter processuale per Giuseppe Mesiani Mazzacuva “Un impianto accusatorio fantasioso, ha spiegato l’avvocato Emanuele Genovese, demolito con prove schiaccianti, che evidenziano l’insussistenza del fatto reato rispetto alla trama criminosa”

Di Mariateresa Orlando

Un nuovo iter processuale sarà avviato per l’ex consigliere regionale Santi Zappala’, Antonio Pelle (classe ‘87) e Antonio Giuseppe Mesiani Mazzacuva. Una “doppia conforme” evidentemente non determinante al punto tale da spingere la Suprema Corte a disporre un nuovo processo d’appello. “Un importante passo in avanti, in una vicenda che, già da tempo, meritava una migliore sorte”. È quanto sostiene l’avvocato Emanuele Genovese del foro di Reggio Calabria, difensore di Antonio Giuseppe Mesiani Mazzacuva. Allo stesso Mesiani Mazzacuva, come si ricorderà, l’accusa aveva contestato non solo il reato di corruzione elettorale ma anche l’intraneita’ al sodalizio ‘ndranghetistico dei Pelle. Un’accusa fin da subito respinta dalla difesa e di fatto caduta in Appello nel corso del processo “Reale 3”.
Nello specifico, all’imprenditore di Bova Marina veniva contestato un incasso di soldi “anomalo”: 100 mila euro, che secondo l’accusa, Santi Zappala’ avrebbe girato a Mesiani Mazzacuva in cambio di un sostegno elettorale, su spinta proprio della cosca dei Pelle.
“Un impianto accusatorio fantasioso – ha spiegato l’avvocato Genovese – demolito con prove schiaccianti, che evidenziano l’insussistenza del fatto reato rispetto alla trama criminosa”. In realtà, come dimostrato dalla tesi difensiva, le 100 mila euro passate per mano di Santi Zappala’ e destinate allo stesso Mesiani, non sono state altro che un “prestito” che lo stesso Zappala’ fece nel marzo del 2010 a Mesiani Mazzacuva per aiutarlo a fronteggiare la gestione della propria azienda, in quel momento in serie difficoltà economiche. “Importo effettivamente transitato, tracciato e liquidato – evidenzia Genovese, a dimostrazione che i capi d’imputazione mossi dall’accusa fossero del tutto infondati”. L’avvocato del foro di Reggio Calabria, di fatto, in fase di ricorso aveva sottolineato l’esistenza di un “ne bis in idem”, vale a dire un ripetuto utilizzo da parte dell’accusa di fatti oggetto del reato di voto di scambio, già giudicati sotto il profilo della corruzione elettorale.
Ragion per cui, “la Sentenza della Corte d’appello presentava vuoti motivazionali e illogicità, mentre la tesi difensiva ha da subito posseduto prove convincenti di come fossero state impiegate quelle 100 mila euro, tali da poter ritenere Mesiani Mazzacuva e Zappala’ estranei al reato di corruzione elettorale”. Troppe imperfezioni di natura tecnico- giuridica, quindi, che avrebbero potuto far concludere già da tempo “un processo imperfetto e carente di prove dal punto di vista accusatorio, ma che ha avuto solo un notevole impatto mediatico per la presenza di un politico tra i maggiori imputati”.