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TAURIANOVA (RC), LUNEDì 22 LUGLIO 2024

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“Cred’io ch’ei credette ch’io credesse”. Elogio del congiuntivo e del pensiero critico Nelle ultime settimane è tornata in primo piano con grande eco social, la mai sopita discussione e relativa polemica sul congiuntivo

“Cred’io ch’ei credette ch’io credesse”. Elogio del congiuntivo e del pensiero critico Nelle ultime settimane è tornata in primo piano con grande eco social, la mai sopita discussione e relativa polemica sul congiuntivo

Nelle ultime settimane è tornata in primo piano con grande eco social, la mai sopita discussione e relativa polemica sul congiuntivo, rinfocolata da una nota star televisiva che ha dichiarato: “Il congiuntivo non lo azzecca nessuno. Non si può eliminare dalla lingua italiana? I giovani non capiscono questo concetto. Cambiamo la lingua italiana perché è troppo complicata su certi punti, per favorire i giovani”. Una motivazione a dir poco bizzarra! Come dire che se una cosa non si conosce o si fa fatica ad apprendere, la aboliamo, anzi, facciamo semplicemente finta che non sia mai esistita. Ancora più sorprendente e inaccettabile è che tale provvedimento si vorrebbe fosse adottato per favorire i giovani, pensando magari di rendere loro meno difficile la vita. Ci risiamo, tutti pronti a parlare dei giovani e del loro bene, senza avere il minimo sospetto che forse sarebbe il caso che al loro destino e a quello che vorranno o non vorranno fare della loro vita, ci dovrebbero pensare innanzitutto loro. E poi, chi lo ha detto che tutti i giovani sbagliano i congiuntivi? Si tratta di una generalizzazione tipica di chi, essendo carente nelle competenze linguistico-grammaticali, pensa che siano tutti nella stessa condizione.
Ma, polemiche a parte, sarebbe molto più opportuno entrare nel merito della vexata quaestio e cioè sul fatto che è semplicemente assurdo e di fatto impossibile pensare di abolire una componente strutturale della lingua e della cultura italiana. Il congiuntivo, com’è noto, è il modo verbale del dubbio, della possibilità, dell’incertezza e del desiderio. Se l’indicativo, infatti, è il modo dell’obiettività e indica i fatti come sono nella realtà, il congiuntivo è il modo della soggettività, indica i fatti come li pensiamo, li sentiamo, li desideriamo o li speriamo. È questa la premessa che si incontra quando ci si accinge ad affrontare lo studio del congiuntivo in un qualsiasi manuale di grammatica della lingua italiana, coerente con la sintesi operata dall’Accademia della Crusca nel 2003 , dedicata proprio all’uso del congiuntivo, che rimane, dunque, un elemento fondamentale della nostra lingua, espressione di sfumature e possibilità che la rendono unica, ricca, varia e bella. Anche se per qualcuno rappresenta un ostacolo e un inutile orpello.
Fra coloro che hanno commentato l’ennesima uscita contro il congiuntivo, c’è chi ha ipotizzato che il vero problema è da ricondurre allo scontro epocale in atto nella nostra società, tra chi difende la lingua italiana e la tradizione letteraria (che è un tutt’uno con essa) e quella sorta di anti-lingua, violenta e semplificatrice, già profetizzata con preoccupazione da Pasolini oltre mezzo secolo fa. Ed è senz’altro un fatto che molti romanzi alla ribalta nella nostra società letteraria, evidenziano a volte un basso tasso di alfabetizzazione di narratrici e narratori, spesso in difficoltà con le regole basilari della grammatica, ma sempre in linea con le idee e i valori ideologici correnti .
Posizioni in difesa del congiuntivo sono state espresse autorevolmente negli anni scorsi anche da importanti settori del mondo delle imprese , che puntano il dito contro le tendenze attuali a rendere più “facile” la scuola (studi meno impegnativi, esami “meno severi” o addirittura l’abolizione delle prove scritte). A tale proposito torna alla memoria il parere del compianto Nuccio Ordine per il quale la conoscenza richiede tempo, lentezza, sacrificio, mentre la fretta e il facile sono nemici dell’apprendimento, al pari dell’indebolimento dell’istruzione pubblica che penalizza i figli delle famiglie più deboli (i ricchi infatti possono scegliere altro, perché possono pagare). Altrettanto appassionata da parte dell’autore de “L’utilità dell’inutile”, è la difesa del congiuntivo, da usare di più e meglio.
Inevitabile, a questo punto, il richiamo alla “politicità d’ogni questione linguistica” di gramsciana memoria, che introduce il tema del linguaggio come responsabilità e come potere, come strumento della democrazia ed esercizio dei propri diritti in quanto, per dirla con Don Milani, “un operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo lui è il padrone”. Non per buttarla in politica, ma è un dato di fatto che la società attuale richiede sempre più elevati e profondi livelli di competenze, mentre contemporaneamente tendono a scomparire pensiero critico e conoscenze consapevoli. Questioni fondamentali che scuotono in profondità la convivenza civile, lo sviluppo economico, la formazione e la qualità delle leadership a tutti i livelli e le basi stesse della democrazia, scossa dalle insidie del populismo e dal suo linguaggio sempre più rozzo e approssimativo. Non si può non essere d’accordo con Beppe Severgnini quando afferma che “La crisi del congiuntivo non deriva dalla pigrizia, ma dall’eccesso di certezze. Oggi pochi pensano, credono o ritengono, tutti sanno e affermano”.
Provate a immaginare come diventerebbe, senza il congiuntivo, l’aforisma attribuito a Marco Aurelio: “Compi ogni azione come se fosse l’ultima della tua vita”. Oppure a cosa succederebbe se togliessimo il congiuntivo dal periodo ipotetico della possibilità (“Se vedessi il mio amico, potrei chiedergli di prestarmi la macchina” – l’ipotesi è soltanto possibile, perché il fatto presentato nella protasi non è accaduto, ma potrebbe accadere) e dell’irrealtà (“Se ne fossi stato informato prima, mi sarei comportato diversamente” – l’ipotesi espressa nella protasi è non vera o del tutto impossibile, perché il fatto non si può realizzare o non è mai accaduto).
E, solo per fare un ultimo esempio, ancora più inquietante sarebbe se nella frase “vada via di qua!”, invece del congiuntivo con valore esortativo usassimo l’imperativo. Infine, cosa ne sarebbe di Dante Alighieri e del suo famoso “Cred’io ch’ei credette ch’io credesse” (Inf., XIII, 25)?
Prof. Pio G. Sangiovanni
Presidente ASSOCIAZIONE NAZIONALE DOCENTI