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TAURIANOVA (RC), GIOVEDì 20 GENNAIO 2022

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Con i cacciatori di aragoste come al tempo di Ulisse

Con i cacciatori di aragoste  come al tempo di Ulisse
Un vulcano in mezzo al Tirreno: niente spiagge, né auto, né bancomat

Con i cacciatori di aragoste come al tempo di Ulisse

Un vulcano in mezzo al Tirreno: niente spiagge, né auto, né bancomat

 

Alessandro ha 18 anni. Arriva al porticciolo che il cielo comincia a schiarire. Sono le 5 e mezzo di mattina. È il più giovane pescatore di aragoste di Alicudi. È scalzo, come sempre. Come i veri arcudari, così si chiamano gli abitanti di questa montagna piantata in mezzo al mare. Saluta e accende una sigaretta. Ha gli occhi grandi e neri, la pelle scura per il sole e i capelli ricci rimodellati col gel. Se non fosse per quello, potrebbe sembrare uno dei compagni di Ulisse.

Il gozzo di legno blu e rosso (comprato in Calabria) di suo cugino Salvatore parte. Solo il rumore del motore diesel della barca interrompe il silenzio dell’alba. Bonaccia totale in mare. Due pescherecci più grandi sono legati al piccolo attracco dei traghetti. («Non sono di qui. Si riposano. Quelli se ne vanno lontano, a pesci spada»). L’aurora «dalle dita di rosa» (come dicevano Omero e Mimnermo) è sempre uno spettacolo potente sul mare delle Eolie. All’orizzonte si staglia il profilo roccioso di Filicudi, la più vicina delle altre sorelle di questo arcipelago davanti alla Sicilia da cui —come vuole la leggenda—Eolo dispensava i venti per tutti i naviganti. Oggi il dio dei venti ha lasciato spazio a migliaia di turisti che hanno scoperto il fascino di queste sette perle del mar Tirreno dichiarate nel 2000 patrimonio dell’Unesco.

Ma la bellezza di Alicudi, la più remota e lontana, è diversa da quella delle altre isole: è una bellezza schiva, rara, selvaggia, difficile. Quest’isola sembra un sogno. Anzi, è un sogno. Qualcuno l’ha battezzata «l’isola che non c’è». Forse perché pare impossibile che esista un posto così. O forse perché non c’è niente e più ci trascorri del tempo e più ti accorgi che non ti manca niente di quello che non c’è. Niente strade, né auto, né motorini, neppure biciclette. Niente bancomat, né spiagge con ombrelloni, né insegne colorate e lampeggianti né discopub e neppure negozi per turisti. Solo silenzio interrotto dal rumore del vento. Solo mare, sole, profumi, pietre, agavi, fichi d’india, capperi, bouganville, tanta erica (da cui l’antico nome «Ericusa »), panorami mozzafiato, dove cielo e mare si confondono, e notti stellate senza fine.

 

D’inverno ci puoi trovare 70 persone al massimo, una trentina di barche da pesca colorate tirate in secco sui ciottoli del porticciolo che sembra una cartolina del secolo scorso, i muli che fanno su e giù con i carichi per l’unica stradina-mulattiera di pietra lavica che dal porto sale alle case terrazzate, rade e disseminate lungo il pendio orientale (i numeri civici non servono, ci si orienta contando i gradini, fino a 1.000 e oltre). D’inverno ci puoi trovare anche una scuola elementare, un ufficio postale, un medico, due negozi di alimentari, una «boutique» (in realtà un minuscolo bazar dove si trova un po’ di tutto, anche—incredibile ma vero—giocattoli in plastica Made in Italy) e un aliscafo che arriva tutti i giorni. D’estate ci trovi qualche centinaio di persone in più, un bar e un albergo- ristorante aperti, tre aliscafi e un traghetto al giorno. Oltre ai soliti muli di Simone e Bartolino che però portano su anche le valigie dei turisti. Questo (e molto altro) è Alicudi: un viaggio nel tempo, una meraviglia rimasta intatta. Dove gli uomini e i giorni seguono ritmi antichi e dimenticati.

«Da marzo a ottobre faccio il pescatore, mi piace questo lavoro. D’inverno, quando tiriamo le barche in secca, faccio il muratore: qui, sull’isola o, se non c’è lavoro, sul continente» dice Alessandro mentre la barca si ferma. Le reti sono calate a non più di 200 metri dalla costa. Il mare diventa subito profondo, non c’è bisogno di andare a largo. Alicudi è un vulcano spento di circa 5 chilometri quadrati, quasi perfettamente circolare, sorto nel Pleistocene in mezzo al mare a 50 miglia dalla Sicilia. Parte il verricello e le reti cominciano a salire. Il sole è già alto. Dopo due minuti un urlo di Salvatore e Alessandro blocca il verricello. Dentro la rete c’è un’aragosta, la prima della mattinata. Bisogna toglierla con cura dalla trappola, senza sciuparla. Una volta liberata la laustafinisce in un grande secchio con l’acqua e un panno bagnato sopra.

Il verricello riparte, dopo un po’ un altro urlo e un’altra aragosta. Comincia bene la giornata. Nelle reti calate vicino al porto alla fine della ritirata ce ne sono otto. «Ce le pagano 80 euro al chilo — dice Salvatore, 36 anni, tre figlie e una moglie, Immacolata, che quando può viene anche lei a tirare le reti col marito — noi le vendiamo qui sull’isola oppure a quelli di Lipari che se le vengono a prendere. A quanto le rivendono? Non lo so. So che a Lipari si trovano anche aragoste a 60 euro al chilo ma quelle vengono in aereo, non sono dei nostri mari».La seconda rete è davanti alla Bazzina, l’unica località pianeggiante dell’isola dove ci sono «le case di quelli con i soldi» e si arriva solo via mare. Un paio di aragoste e qualche pesce. A fine ritirata due grandi scorfani rossi. Alessandro e suo cugino Salvatore pescano sei giorni su sette. Tutte le mattine il ritrovo è all’alba, al porticciolo. «Se riusciamo a pulire le reti mentre le tiriamo su e non sono sciupate, andiamo a ricalare subito per essere liberi nel pomeriggio e riposare. Altrimenti dopo pranzo, torniamo in mare. Quanto guadagniamo? Dipende dal mare. Sono tre giorni che non si pesca — aggiunge Salvatore — non c’è più niente in questo mare. Dobbiamo trovare un altro lavoro».