Gioia Tauro è una polveriera, i consiglieri di minoranza: “C’è una linea che in politica non dovrebbe mai essere superata”

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C’è una linea che in politica non dovrebbe mai essere superata.

È la linea che separa l’esercizio legittimo del potere dal suo abuso. È la linea che distingue il rispetto delle istituzioni dal loro utilizzo come strumenti per colpire l’avversario.

Quello che sta accadendo oggi a Gioia Tauro quella linea la supera.

Perché qui non siamo di fronte a una semplice verifica amministrativa. Siamo di fronte a un disegno preciso: usare le regole non per garantire la democrazia, ma per piegarla; non per tutelare le istituzioni, ma per trasformarle in strumenti di pressione, di ritorsione, di esclusione.

Diciamolo con chiarezza: questo non è rigore.
Questo è accanimento politico.
È ritorsione. È vendetta.

E lo si vede anche nei fatti: quando si tenta di ostacolare l’accesso agli atti, invece di garantirlo; quando attorno al confronto democratico si crea un clima di tensione e contrapposizione che poco ha a che vedere con il rispetto istituzionale.

Noi non abbiamo paura delle regole. Non siamo noi quelli che le aggirano. Non siamo noi quelli che le applicano a intermittenza, quando conviene. Noi siamo quelli che le rispettano sempre, anche quando è scomodo.

Ed è proprio per questo che non accettiamo lezioni.

Perché chi oggi si erge a difensore dei regolamenti dovrebbe prima rispondere ai cittadini.

Dove era il regolamento quando si tentava di approvare un bilancio senza avere i numeri?
Dove era il regolamento quando si sfrattava, senza alcuna ragione, un’associazione teatrale storica dopo trent’anni di attività?
Dove era il regolamento quando beni pubblici venivano concessi in modo discutibile a soggetti riconducibili a esponenti della stessa maggioranza?

Il punto, allora, è evidente.

Le regole non vengono difese: vengono usate.
Non vengono rispettate: vengono piegate.
Non sono un limite al potere: diventano uno strumento del potere.

E questo, in una democrazia, è inaccettabile.

Ed è ancora più grave quando tutto questo viene indirizzato contro una figura come l’architetto Salvatore La Rosa.

Un consigliere che, elezione dopo elezione, è sempre stato tra i più votati.
Un rappresentante che ha costruito nel tempo un rapporto autentico e solido con il proprio elettorato.
Un professionista riconosciuto per la sua preparazione tecnica, per il rigore con cui affronta ogni atto amministrativo.
Una persona che ha sempre interpretato il proprio ruolo con serietà, compostezza, educazione istituzionale.

Colpire lui non significa colpire un singolo.
Significa colpire una storia politica limpida.
Significa colpire un pezzo di città che in lui si riconosce.

Ma c’è di più. Ed è sotto gli occhi di tutti.

Questa amministrazione non ha mai saputo confrontarsi davvero. Non ha mai saputo discutere nel merito. Non ha mai saputo governare le differenze. E allora sceglie la via più facile: dividere, etichettare, isolare.

Amici da una parte. Nemici dall’altra.

È un copione già visto. Ed è un copione pericoloso. Perché nel momento in cui si tenta di trasformare l’opposizione in un bersaglio, si manda un messaggio preciso: esiste una sola voce legittima e il resto va azzittito. E questo, in una democrazia, non è accettabile.

La verità è che Gioia Tauro merita di più.

Merita un confronto serio, aperto, leale.
Merita istituzioni che rispettino tutti, anche chi dissente.
Merita amministratori che non abbiano bisogno di usare i regolamenti come una clava per punire, ma come uno strumento per garantire equilibrio e giustizia.

Noi non faremo un passo indietro.

Difenderemo il consigliere La Rosa. Difenderemo il ruolo dell’opposizione. Difenderemo il diritto dei cittadini a essere rappresentati da chi hanno liberamente scelto. Difenderemo la Democrazia.

E lo faremo senza paura.
Senza ambiguità.
Senza compromessi.

Perché una cosa deve essere chiara: le istituzioni non sono proprietà di una maggioranza. Sono patrimonio della comunità.

E chi prova a usarle contro qualcuno, prima o poi, dovrà risponderne.

Davanti alla città.
E davanti alla storia.