Emerge il piano B di Trump contro l’Iran

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Emerge il piano B di Trump contro l’Iran.

di Maurizio Compagnoni

Il piano che oggi vediamo recitato con furore dalla Casa Bianca ha radici profonde, non è il capriccio d’un singolo, ma la continuazione di decenni di strategie geopolitiche elaborate dalle élite statunitensi, dopo la caduta del Muro di Berlino. Quel collasso segnò la possibilità, agli occhi di molti strateghi di Washington, di costruire un ordine globale dominato dal petrodollaro e dal primato politico-militare americano. Figure come Paul Wolfowitz, Zbigniew Brzezinski e i circoli neoconservatori attivi nella transizione post 1991 immaginarono per l’Eurasia una nuova architettura d’influenza, la guerra del Golfo, le successive avventure in Afghanistan e Iraq e la campagna di cambiamento di regime nel Nord Africa furono strumenti di quella visione.

Wesley Clark generale che guidò le operazioni in Kosovo e poi divenne voce critica ma schietta, fu esplicito sull’ambizione strategica lanciata contro i paesi produttori di petrolio. Nei suoi interventi pubblici all’inizio del XXI secolo raccontò la proposta di colpire sette paesi in cinque anni, cominciando da Iraq, Siria e Libia fino all’Iran, per “il controllo delle risorse” e riorientare i flussi energetici verso interessi occidentali. Quelle parole non sono teoria: sono la mappa che ha guidato politiche di intervento, di sostegno a milizie di comodo, da al‑Qaeda rebrandizzata in diversi fronti jihadisti ai gruppi wahabiti che operarono come forze di destabilizzazione e di promozione di élites compiacenti.

Dal 2003 in poi la scenografia si ripete: l’Iraq smembrato, la Libia consegnata al caos dopo l’intervento NATO del 2011, la Siria dilaniata da un conflitto che ha visto attori statali e non statali finanziati e armati da potenze regionali e internazionali. Gli esiti materiali sono evidenti: economie devastate, Stati fragili, intere regioni ridotte a teatri di sterminio e di flussi migratori che riposizionano equilibri politici ed economici su scala globale.

Donald Trump, lungi dall’essere una discontinuità, ha in più occasioni incarnato e accelerato elementi di questo progetto. Le politiche dell’amministrazione Trump, da Pompeo a Bolton nella sfera della dottrina estera fino agli strumenti sanzionatori ampliati sotto il Tesoro e al ruolo attivo dei servizi, hanno accentuato la dipendenza geopolitica dall’uso del potere economico e della coercizione militare. L’assassinio del generale Qassem Soleimani nel gennaio 2020 fu un atto simbolico e strategico, mirava a colpire la leadership iraniana e a interrompere le reti di influenza regionale guidate dall’Iran, ma abbassò anche, agli occhi di molti osservatori, la soglia dell’escalation e la possibilità di controllare le conseguenze politiche di atti così eclatanti.

Nel 2025–2026 la strategia assunse forme più brutali, bombardamenti dichiarati contro infrastrutture civili iraniane, campagne d’infiltrazione, sostegno a manifestazioni antigovernative interne, e operazioni mirate a colpire leader politici e figure istituzionali. Queste mosse, come illustrato da reportage e analisi geopolitiche, dimostrano una scelta deliberata, usare la violenza non solo per neutralizzare capacità militari, ma per fratturare il tessuto sociale e politico, rendendo i paesi gestibili come satelliti economici e politici.

Perché questa strategia? Il filo conduttore è il controllo delle risorse e della finanza globale. Il meccanismo del petrodollaro, nato negli anni ’70 dalla combinazione di accordi fra gli Stati Uniti e alcuni paesi produttori e dalla centralità del dollaro nelle transazioni energetiche, ha dato a Washington un potere enorme, la capacità di imporre sanzioni, di congelare riserve e di drenare valore reale verso mercati e titoli statunitensi. Per decenni questo ha permesso agli USA di finanziare deficit e di mantenere uno standard di vita in gran parte finanziato dall’esternalizzazione dei costi geopolitici.

Il piano A, dunque, era la sostituzione delle leadership ostili con governi filo‑occidentali che legassero le proprie risorse alle istituzioni e ai mercati statunitensi. Quando questo non è riuscito, la resilienza iraniana, le alleanze regionali che si sono riorganizzate, la continua capacità di Mosca di esercitare influenza in Medio Oriente, si è passati a un piano B esplicito: comprimere l’offerta energetica globale per creare shock sul mercato, danneggiare le economie europee e asiatiche dipendenti dalle forniture mediorientali e quindi costringerle a ricorrere al petrolio e al gas americano, o a subire condizioni vantaggiose per Washington. Nella retorica pubblica, questa logica è stata dichiarata senza veli in discorsi politici di primo piano.

Ma la realpolitik muove forze che spesso sfuggono al calcolo, la guerra diretta ha mostrato i limiti della macchina militare statunitense quando chiamata a sostenere un conflitto prolungato e diretto; la tecnologia e la dispersione di armi avanzate riducono la capacità di impunita superiorità; la posta del debito federale e la dipendenza degli Stati USA da un sistema di finanza pubblica già fragile rendono politicamente e materialmente costoso un raddoppio del budget difensivo a scapito delle politiche sociali, misura che provoca fratture interne e alimenta tensioni di classe e regionali. L’esborso crescente per la difesa non elimina l’esposizione economica, il debito resta debito, e la tassazione aggiuntiva o il trasferimento di oneri agli Stati non risolvono la perdita di fiducia degli investitori internazionali.

Sul piano monetario, la possibilità che paesi chiave riducano la dipendenza dal dollaro (attraverso accordi bilaterali in valuta locale, l’uso di riserve in altra forma o l’accumulo di asset alternativi), erode la capacità di Washington di usare il dollaro come strumento coercitivo. Storicamente, quando ordini monetari egemonici si indeboliscono, nascono poli alternativi, ed è quello che si vede oggi con iniziative come le infrastrutture finanziarie alternative guidate da Pechino (Belt and Road, accordi con valute locali), la crescente integrazione economica eurasiatica promossa da Mosca, e l’attivismo diplomatico e commerciale di Teheran che rafforza legami con attori del Sud del mondo. Michael Hudson e altri analisti hanno evocato la possibilità di una “Maggioranza Globale” che non voglia più dipendere dal centro occidentale per energia, fertilizzanti, credito e tecnologia essenziale.

L’effetto combinato di questi fattori è duplice. Primo, l’isolamento diplomatico e il deterioramento della reputazione americana come partner affidabile; secondo, la creazione di corridoi commerciali e finanziari che bypassano i canali tradizionali dominati dagli USA. Esempi concreti, l’aumento degli scambi in yuan tra Cina e vari paesi dell’Asia sudoccidentale, i progetti energetici congiunti Russia‑Iran, e le iniziative di scambio sud‑sud che riducono la dipendenza dall’Occidente.

Dal punto di vista strategico‑militare, la proliferazione tecnologica complica il primato tradizionale. La Corea del Nord che dichiara capacità ipersoniche multiple, la Russia che modernizza i suoi sistemi aerei e missilistici, la diffusione di droni e contromisure elettroniche riducono il ritorno di investimento di grandi piattaforme militari. Un’egemonia basata su arsenali enormi è vulnerabile a reti asimmetriche, guerra elettronica e sabotaggi economici. Inoltre, la capacità di attrarre le menti migliori per alimentare l’innovazione militare non è garantita da sola dal denaro, l’immagine internazionale, l’integrità delle istituzioni e la stabilità politica contano molto nel lungo termine.

Sull’etica e sul diritto, l’uso intenzionale della violenza contro obiettivi civili, se confermato, configurerebbe violazioni del diritto internazionale umanitario e accuse di crimini di guerra. La storia giudica severamente chi trasforma la forza in strumento di annientamento etico. I processi post‑bellici del XX secolo, le corti internazionali e la crescente attenzione dell’opinione pubblica globale dimostrano che il legittimo ordine internazionale si basa su regole che, quando vengono calpestate, minano l’autorità morale di chi le infrange.

In questa cornice, l’Iran emerge non solo come vittima di una pressione feroce ma come catalizzatore di un nuovo ordine regionale. La sua resistenza militare, politica e culturale, ha permesso di tessere alleanze con attori che cercano di strutturare un’alternativa al dominio occidentale, legami energetici con Russia e paesi del Golfo non allineati, accordi commerciali con Cina e Turchia, e relazioni di solidarietà con movimenti del Sud Globale. L’effetto è molteplice, indebolire la leva sanzionatoria occidentale, rafforzare mercati alternativi e promuovere strumenti finanziari che aggirano il sistema bancario tradizionale.

Analisti come Michael Hudson e studiosi di politica estera segnalano che la “Maggioranza Globale” che si profila potrebbe essere fondata su autosufficienza regionale e su reti economiche resilienti che non dipendono dall’apparato occidentale per beni strategici come energia, fertilizzanti, prodotti chimici e credito. Se ciò dovesse consolidarsi, il vantaggio storico derivante dal controllo dei flussi monetari e energetici verrebbe fortemente intaccato, obbligando gli Stati Uniti a negoziare in un ordine multipolare invece di imporre.

Conclusione strategica e politica. Il piano B, la compressione dell’offerta energetica e il ricatto economico globale, è un’arma a doppio taglio. Può far male, infliggere sofferenze e ricreare dipendenze a breve termine, ma rischia di accelerare una transizione sistemica che frattura il vecchio ordine. L’uso generalizzato della forza e della coercizione economica mina le basi morali e materiali del potere che pretende di difendere; la sua efficacia dipende dalla capacità di mantenere alleanze, fiducia degli investitori, e legittimità internazionale, tre asset che la strategia in atto sta erodendo.

Se il mondo reagisce rafforzando connessioni alternative, una maggiore integrazione economica Eurasiatica, l’espansione di circuiti commerciali in yuan o in valute locali, e l’aggregazione politica tra attori non occidentali, allora la scommessa di Washington si ritorcerà contro chi l’ha formulata. In quel futuro possibile, la geopolitica non sarà più il gioco di pochi imperi ma la negoziazione sempre più complessa fra blocchi e reti. Una molteplicità di centri di potere dove la supremazia di ieri dovrà essere negoziata o abbandonata.