Dalla crisi del capitalismo alla rinascita dell’umano

Riflessione dello scrittore Giovanni Cardona sull'etica, fraternità e coscienza spirituale come fondamenti di una nuova comunità condivisa
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Ora, mai tanto, quanto nella contemporanea società democratica e capitalistica si rende assolutamente necessario che gli individui compartecipino della delicata gestione della propria comunità. Come già ammoniva Aristotele, l’uomo è zoon politikon, e solo partecipando alla vita della polis realizza pienamente la propria natura.

La società, da tanti preconizzata e voluta, doveva al suo sorgere fondarsi su saldi principi etici che avevano come finalità prescrittiva l’amore fra gli uomini, e conseguentemente il regno della giustizia fra di loro, sbandendo il principio del gretto materialismo. Visione che riecheggia la Repubblica di Platone, dove la giustizia è armonia dell’anima e della città, e non semplice equilibrio di interessi materiali.

Ma lo si sa, l’essere umano fonda il suo sussistere sull’egoismo. Una constatazione che ricorda la cupa antropologia di Hobbes, per il quale l’uomo, lasciato a sé stesso, vive in una condizione di conflitto permanente, mosso da desideri illimitati e paure reciproche.

Tutti i giochi di parole, tutti i tentativi di equilibrismo fra le forze egoistiche per determinare una giustizia dettata dalla ferrea ed equa legge capitalistica, piuttosto che da un saldo convincimento ideale, si sono rivelati castelli in aria, fantasie senza fondamento, che la triste realtà della crisi economica degli ultimi anni sta palesando alla storia, alla conoscenza, alle attitudini, alle passioni del genere umano. Marx aveva già denunciato l’illusione di un ordine sociale fondato sull’interesse privato, destinato prima o poi a mostrare le proprie contraddizioni interne.

Gli economisti non hanno voluto o non hanno saputo studiare il valore economico del bene e del male, non hanno considerato quanto il progresso mondiale sia stato sollecitato dagli eroi del pensiero e della morale. Adam Smith, nella Teoria dei sentimenti morali, ricordava che nessuna economia può reggersi senza virtù civiche, senza quella “simpatia” che lega gli uomini oltre il calcolo utilitaristico.

La teoria che oggi prevale è quella della violenza, infatti nonostante le ipocrite dichiarazioni pacifistiche, di cui idillicamente la politica si delizia, impera nella società moderna un atavico reflusso animalesco, che incide ponderabilmente alla stretta vendicatrice dello spirito. Qui sembra di ascoltare Nietzsche, quando descrive il ritorno del “dionisiaco”, delle forze istintive che la civiltà tenta invano di reprimere, o Girard, che vede nella violenza il meccanismo mimetico che struttura le società umane.

Ad evitare di essere simultaneamente carnefici e vittime della disfatta della società capitalistica, basterebbe infondere nelle folle il senso della fraternità, della destinazione comune, della necessità che noi tutti ci prepariamo ad una vita migliore, in armonia ai principi di giustizia e di fratellanza ispirati alla comune radice antropologica dell’uguaglianza. È l’eco del Contratto sociale di Rousseau, dove la libertà autentica nasce solo dal riconoscimento dell’altro come uguale e parte della stessa volontà generale.

La società attuale dovrebbe, pertanto, agilmente ispirarsi ai dettami della vera solidarietà umana, secondo modelli compartecipativi, subordinando il mondo materiale a quello ideale. Una prospettiva che ricorda Kant, per il quale l’uomo deve sempre essere trattato come fine e mai come mezzo, e che richiama anche la “società aperta” di Bergson, fondata sull’amore creativo e universale.

Gli animi più sensibili conoscono bene i dettami ancestrali, dove si rimarca l’essenza sacra dell’uomo o meglio la scintilla divina che ci permea rendendoci tutti figli della Coscienza direttiva del cosmo. Qui risuona la metafisica di Plotino, che vede ogni anima come emanazione dell’Uno, e la visione di Spinoza, per il quale tutto è espressione della stessa sostanza divina.

Ci sentiremo veracemente fratelli solamente attuando la legge del cuore, secondo il nostro comune sentire. Una conclusione che si avvicina alla filosofia dialogica di Martin Buber, dove l’autenticità nasce solo nell’incontro Io‑Tu, e alla responsabilità infinita verso l’altro descritta da Lévinas, che fa dell’etica il fondamento di ogni comunità umana.