Di Claudio Maria Ciacci
La polemica nata a Catanzaro attorno all’iniziativa scolastica sui referendum, riportata nei giorni scorsi da Il Fatto Quotidiano, ha riacceso un dibattito che in città covava da tempo: quello sul ruolo della scuola e sulla sua presunta neutralità politica.
Secondo quanto emerso, il Ministero dell’Istruzione ha escluso qualsiasi accordo ufficiale con la Camera penale locale, parlando di un’iniziativa interna e non riconducibile a un progetto ministeriale. I fatti, dunque, sono stati ridimensionati.
Ma la reazione che ne è seguita racconta molto più del singolo episodio.
Colpisce l’indignazione improvvisa, come se la scuola fosse stata contaminata dalla politica solo ora. Un’indignazione che appare selettiva, se confrontata con quanto avvenuto negli anni negli istituti superiori di Catanzaro.
La verità è che la cultura, nella scuola, è da sempre schierata, anche quando si presenta come neutrale.
Nonostante direttive ministeriali e indicazioni delle Prefetture che invitavano a promuovere momenti di riflessione sulle Foibe e sull’esodo giuliano-dalmata, non tutti i licei cittadini vi hanno dato seguito.
In un liceo scientifico in particolare, la scelta fu ancora più emblematica: per evitare di applicare quelle indicazioni, si istituirono proprio a ridosso del 10 febbraio le cosiddette “Giornate dello Studente”, di fatto svuotando di significato la ricorrenza istituzionale. Una decisione che dice molto sul modo in cui la neutralità viene interpretata, o aggirata, quando la memoria non rientra nei canoni culturali dominanti.
Allo stesso tempo, altre narrazioni storiche e civili venivano proposte come imprescindibili e sottratte a qualsiasi confronto.
Chi scrive è un ex studente di un liceo di Catanzaro, che ha partecipato attivamente alla vita studentesca e ha osservato dall’interno queste dinamiche, spesso segnalando le contraddizioni che emergevano tra i principi dichiarati e le pratiche reali.
In questo quadro si inserisce anche l’atteggiamento verso simboli considerati “non allineati”. Una felpa della Folgore, reparto dei paracadutisti dell’Esercito italiano, veniva guardata con sospetto e associata a etichette politiche pesanti, mentre altri simboli riconducibili a momenti di violenza e terrore della storia italiana venivano tollerati, se non normalizzati.
Il tutto in un liceo noto della città, che porta il nome di un illustre personaggio della cultura italiana, del quale, paradossalmente, non sempre sembrava esserci piena consapevolezza nemmeno ai livelli dirigenziali e didattici. Una contraddizione che porta a una domanda inevitabile: che cosa si intende davvero per cultura?
L’episodio di Catanzaro non è dunque un’eccezione, ma uno specchio.
Specchio di una scuola che per anni ha veicolato una visione dominante senza chiamarla per nome, e che oggi invoca la neutralità solo quando quell’equilibrio sembra incrinarsi.
Se si vuole davvero difendere la scuola pubblica, la strada non è l’indignazione a geometria variabile, ma un pluralismo reale, che non selezioni le memorie, non marchi gli studenti e non confonda educazione con conformismo.
Perché una scuola che evita il confronto non educa al pensiero critico.
Lo sostituisce.



