Il 15 luglio, il giorno in cui ho riavuto la libertà. Luigi Longo: «”Mi hanno assolto, ma avevano già distrutto tutto”. Aziende fatte fallire nei tribunali in mano a curatori giudiziari, senza scrupoli. Imprenditori e dipendenti sono carne da macello per arricchire una cerchia ristretta!
Lug 15, 2026 - redazione
Il 15 luglio, il giorno in cui ho riavuto la libertà. Luigi Longo: «”Mi hanno assolto, ma avevano già distrutto tutto”. Aziende fatte fallire nei tribunali in mano a curatori giudiziari, senza scrupoli. Imprenditori e dipendenti sono carne da macello per arricchire una cerchia ristretta!
In autunno il libro-inchiesta sulle cause che ha generato il 29 maggio, nel porto di Gioia Tauro: Continua l’attuale direttore di Approdo: “Aziende fallite, affidate ai novelli “Marchionne” dei tribunali con l’intento di spolpare il più possibile, dei sacrifici degli imprenditori e dei dipendenti non gli interessa un bel nulla, sono carne da macello per arricchire i curatori giudiziari…( altri?) Con compagne ed amanti al seguito…
Il 15 luglio non è una data qualunque. È il giorno in cui un tribunale ha scritto nero su bianco quello che io avevo sempre sostenuto: «Il fatto non sussiste». Dopo cinque anni di processo, 27 giorni di carcere, undici mesi agli arresti domiciliari e una vita completamente stravolta, la giustizia ha riconosciuto la mia innocenza.
Ma una sentenza, per quanto importante, non restituisce il tempo perduto, non restituisce le aziende distrutte, i rapporti umani compromessi, la salute che lentamente ti abbandona, né cancella il marchio che un arresto sbattuto in prima pagina lascia addosso.
Il 29 maggio 2009 fui arrestato davanti agli occhi di tutti. Le televisioni nazionali, i giornali, i titoli di apertura raccontavano la mia vicenda come se la colpevolezza fosse già stata accertata. Cinque anni dopo, la stessa forza mediatica non accompagnò la mia assoluzione. È una sproporzione che dovrebbe interrogare tutti: istituzioni, magistratura, informazione e opinione pubblica.
La mia assoluzione non fu frutto di un cavillo processuale. Il tribunale pronunciò la formula più ampia possibile: «Perché il fatto non sussiste». La Procura non propose appello e quella decisione divenne definitiva. Inoltre, il collegio giudicante dispose la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Roma affinché fossero valutati alcuni profili emersi durante il processo. È un passaggio che considero di particolare rilievo e che, a mio avviso, merita ancora oggi una riflessione.
Sono stato testimone della Direzione Distrettuale Antimafia nell’operazione Cent’anni di storia, contribuendo alle indagini contro le cosche della ‘Ndrangheta nel porto di Gioia Tauro. Eppure mi sono ritrovato accusato proprio in quel contesto. Ancora oggi fatico ad accettare che negli atti investigativi si sia potuto sostenere che non avrei mai potuto costruire la mia attività imprenditoriale senza l’appoggio della criminalità organizzata ( da come si evince dagli atti “Cent’anni di Storia”). Assurdo…ma purtroppo la “Falsa” degli inquirenti di Roma, ha consentito la mia distruzione. Un’affermazione che il processo ha definitivamente smentito, addirittura il Tribunale collegiale di Roma chiede di indagare sul pubblico ministero…appunto per aver manipolato le intercettazioni per tentare di incastrarmi!
La mia vicenda, però, non riguarda soltanto me. Riguarda un sistema che dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze delle proprie decisioni. Quando un imprenditore viene arrestato, le aziende rischiano di fermarsi, centinaia di lavoratori vivono nell’incertezza e interi comparti economici possono essere compromessi. Se, dopo anni, arriva un’assoluzione piena, chi restituisce tutto quello che è stato perduto?
Penso anche alla gestione delle imprese affidate all’amministrazione giudiziaria. In molti casi ho visto aziende perdere competitività, mercato e valore. Non basta essere un bravo giurista per amministrare un’impresa complessa: servono competenze manageriali, esperienza industriale e capacità di governare realtà economiche spesso strategiche. Su questo tema il Paese dovrebbe aprire un confronto serio, libero da pregiudizi.
Non provo rancore. Provo però il dovere di raccontare ciò che ho vissuto. Lo farò nel libro che pubblicherò nei prossimi mesi, non per alimentare polemiche, ma perché la memoria è uno strumento di giustizia. Le vicende giudiziarie non sono soltanto fascicoli: dietro ogni procedimento ci sono persone, famiglie, lavoratori e imprese.
Il 15 luglio resterà per sempre il giorno della mia assoluzione. Ma resterà anche il promemoria di quanto sia fragile la vita di un uomo quando viene travolta da un’accusa che il processo, anni dopo, riconosce infondata.
Per questo continuerò a raccontare la mia storia. Non per cercare rivincite, ma perché credo che uno Stato di diritto si misuri non solo dalla capacità di perseguire i colpevoli, ma anche dal coraggio di riflettere sui propri errori e di tutelare fino in fondo chi viene riconosciuto innocente.




