La modernità di Corrado Alvaro e la necessità di un nuovo “patto di lealtà” tra le “forze migliori” di questa regione

banner pasticceria taverna

di Antonino Napoli

Nel 1955, a pochi mesi dalla sua morte, Corrado Alvaro dalle pagine de L’Espresso svolgeva una riflessione destinata a restare attuale ben oltre il suo tempo. Cogliendo l’occasione di parlare delle condizioni dei contadini e dei pastori dell’Aspromonte, travolti dalle indagini di polizia contro il banditismo, l’“Operazione Aspromonte”, rifletteva sull’anima profonda della Calabria.

Per Alvaro il nodo non era soltanto economico o sociale ma era, prima ancora, morale. Il problema della società calabrese, diceva, era un problema di “lealtà”. Una parola antica, che oggi appare desueta, ma che racchiude il fondamento stesso di ogni convivenza civile.

Alvaro invocava un “patto di lealtà” tra le forze migliori della regione. Un patto severo, quasi austero, fondato sul rifiuto dei vecchi vittimismi, delle recriminazioni, dei piagnistei che troppo spesso diventano alibi e impediscono il riscatto.

A distanza di oltre settant’anni ci chiediamo come guarderebbe oggi Alvaro il popolo calabrese?

Forse vedrebbe ciò che vediamo tutti noi. Una terra di intelligenze straordinarie, di professionisti eccellenti, di giovani capaci di competere ovunque. Ma vedrebbe anche la dolorosa costante che per affermarsi, troppo spesso, i migliori devono partire rimando in pochi e sempre meno giovani.

Tra quei pochi che restano, purtroppo, convivono due popoli manichei.

Il primo è quello silenzioso e generoso di chi costruisce, lavora, studia, resiste, crede ancora che valga la pena seminare in questa terra. Il secondo, che si contrappone al primo, è il popolo inquieto che vive di sopraffazione, di sovvenzioni e dell’invidia, quello che non sa riconoscere il valore altrui, che vive il successo dell’altro come una sottrazione, quasi come un furto alla propria possibilità.

È un male antico che i greci chiamavano “phthonos” (il dolore per il bene dell’altro). Non semplice gelosia, ma una forza corrosiva che lacera il tessuto delle comunità. È il veleno che impedisce alle città di diventare una comunità in cui l’unico obiettivo è il bene comune.

In Calabria questo male assume spesso la forma della critica distruttiva e della della divisione perenne ove non si contesta per migliorare ma solo per demolire.

Riusciremo a diventare comunità quando impareremo che la crescita dell’altro non diminuisce la mia, ma la rafforza. Il successo di un professionista, di un imprenditore, di un amministratore capace (sia egli di destro o di sinistra, poco importa), di un giovane che emerge è un patrimonio comune e la prova che nella nostra terra la speranza non è tutta emigrata con i nostri giovani.

La base del nuovo “patto di lealtà”, evocato da Alvaro, è proprio nel riconoscimento reciproco, nella capacità di fare squadra e nell’abbandono di quel provincialismo che trasforma ogni merito in emarginazione.

I latini dicevano “concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur” (con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia anche le più grandi si dissolvono). Liberarsi dalla zavorra dell’invidia e della divisione diventa allora la vera sfida, non solo un dovere morale, ma l’unico strumento giuridico e sociale per garantire alla Calabria il diritto al futuro.