All’ospedale di Polistena va in scena una vera e propria “sceneggiata”: vengono inaugurate due sale operatorie, ma in realtà si tratta solo di interventi superficiali. Sono state semplicemente imbiancate, rifatti il pavimento e il tetto

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Di F.D.

Le ragioni profonde che hanno spinto Marisa Valensise, insieme a un gruppo di cittadini, a intraprendere questa difficile battaglia civile in difesa del diritto alla salute e alle cure, non possono essere travisate né snaturate, fino al punto di arrivare addirittura a una denuncia per “procurato allarme”.
Lo scenario che abbiamo sotto gli occhi è, purtroppo, drammaticamente allarmante. Dalla precarietà delle strutture murarie alla tecnologia obsoleta, dalla carenza di personale medico e infermieristico al rischio concreto di chiusura o accorpamento di reparti che fino a ieri garantivano prestazioni di alto livello a una vasta utenza.
E non finisce qui.
Le liste d’attesa sono interminabili, e nei giorni scorsi è circolata perfino la notizia della chiusura del CUP. La medicina territoriale è, di fatto, all’anno zero. Nessuna sala di emodinamica. Svaniti anche gli ultimi spiragli di speranza.
Per chi, come il sottoscritto, ha avuto l’onore di prestare servizio in questa struttura negli anni migliori — quando l’Ospedale di Polistena era gestito dai Comitati di Gestione — la situazione attuale appare semplicemente incredibile. Allora gli amministratori erano presenti, attenti, appassionati. Si lavorava con dedizione e organizzazione, garantendo servizi efficienti e di qualità, senza carenze né disservizi.
Nessuno avrebbe mai immaginato di dover arrivare, proprio qui a Polistena, a lottare per un diritto fondamentale come quello alla salute.
Il Comitato spontaneo nasce da questa consapevolezza. E chi non conosce la storia di questo ospedale — un luogo dove professionisti di valore hanno formato intere generazioni — difficilmente può comprendere il dolore e la frustrazione che oggi attraversano la comunità della Piana di Gioia Tauro, di fronte a un declino che sembra non avere fine.
Marisa Valensise ha avuto il coraggio di intraprendere un percorso serio e determinato, portando all’attenzione pubblica carenze, disservizi e criticità che mettono a rischio la continuità operativa di interi reparti. L’obiettivo era uno solo: ottenere risposte chiare e interventi concreti. Risposte che, purtroppo, non sono arrivate.
Oggi i cittadini si sentono smarriti, se non addirittura privati di un diritto sacrosanto.
La genuinità dell’iniziativa del Comitato è stata subito riconosciuta e sostenuta da tutta la Piana, dalle autorità civili e religiose, e dai sindaci del territorio, che hanno condiviso e accompagnato questa battaglia di civiltà, sempre condotta a viso aperto.
Per questo, la risposta dei vertici dell’ASP di Reggio Calabria lascia sconcertati. La decisione della manager De Furia di querelare Marisa Valensise, il Comitato e i 2400 cittadini firmatari — oltre alle autorità coinvolte — con l’accusa di “procurato allarme” appare incomprensibile.
Il reato si configura quando si annunciano falsamente pericoli inesistenti, generando allarme presso le autorità o i servizi pubblici. Ma allora la domanda è inevitabile:
qui a Polistena siamo tutti impazziti, e stiamo protestando senza motivo, mentre l’ospedale funziona perfettamente?
Oppure, se le criticità denunciate sono reali, quale senso ha questa denuncia, se non quello di evitare il confronto e tentare di intimidire chi chiede semplicemente risposte?
La verità è che un intero territorio, da anni, assiste impotente al progressivo depotenziamento di un presidio sanitario fondamentale.
E oggi, quella stessa comunità ha deciso che è arrivato il momento di dire basta.
Ai posteri l’ardua sentenza.