Il dialogo come strumento di confronto e crescita personale e non mera autoreferenzialità

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di Antonino Napoli

Il dialogo, quale espressione della libertà di manifestazione del pensiero, si configura come strumento funzionale all’accrescimento reciproco dei consociati, fondato su un confronto dialettico assistito da capacità argomentativa e, ove del caso, persuasiva. In tale prospettiva, esso si inscrive nel più ampio perimetro dei principi di cui all’art. 21 della Costituzione, nonché nel canone di lealtà e buona fede che deve presidiare ogni forma di relazione intersoggettiva.
Tuttavia, laddove l’interlocuzione degeneri in mera esternazione unilaterale del proprio convincimento, priva di qualsivoglia apertura all’ascolto e alla comprensione delle altrui ragioni, essa perde la propria natura dialogica per trasmutarsi in una forma di comunicazione autoreferenziale, ontologicamente inidonea a realizzare un effettivo confronto.
In tal senso, appare quanto mai attuale l’insegnamento di Jürgen Habermas, recentemente scomparso, secondo cui l’agire comunicativo autentico presuppone il reciproco riconoscimento degli interlocutori come soggetti razionali e la disponibilità a sottoporre le proprie posizioni al vaglio critico dell’altro. Analogamente, Norberto Bobbio ricordava che il dialogo costituisce il fondamento delle società pluralistiche, le quali si reggono non sull’imposizione, ma sulla forza delle ragioni.
In difetto di tali presupposti, la comunicazione si risolve in un monologo dissimulato, nel quale – per riprendere una celebre intuizione di Hannah Arendt – viene meno lo spazio autentico del “tra”, ossia quel luogo relazionale in cui soltanto può svilupparsi una reale comprensione reciproca.