Il coraggio della libertà: un metodo per salvare la democrazia

Dai filosofi antichi alle sfide contemporanee: come salvare il senso autentico della partecipazione nelle considerazioni dello scrittore Giovanni Cardona
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La realtà etico‑politica contemporanea ci presenta un mondo inquieto, in fermento, troppo spesso in stato di guerra aperta.
Un mondo che, anche a causa dell’enorme influsso mass‑mediale, è divenuto troppo piccolo per consentirci un rifugio in spazi di respiro pacifico. Al contempo è un mondo troppo grande perché l’impegno dei singoli e dei gruppi possa contare sulla possibilità di conseguire successi adeguatamente sufficienti a rendere vivibile la nostra contemporaneità.

Si grida troppo e si propone poco e, come forse mai prima, si avverte la necessità di progetti, di proposte: prioritaria è l’esigenza di darsi un metodo.
Già Aristotele, nella Politica, ricordava che ogni comunità umana si regge su un logos condiviso, su una razionalità che ordina e orienta; e Montesquieu, molti secoli dopo, avrebbe mostrato come la libertà politica non sia un dato spontaneo, ma il risultato di un equilibrio delicato tra poteri, passioni e istituzioni.

Dovremmo considerare la valenza effettiva e concettuale del termine “stato democratico”, comparandolo analiticamente con oltre 2.500 anni di interpretazioni filosofiche, politiche, giuridiche e sociologiche, ma sarebbe un compito immane che cozzerebbe con la sinteticità richiesta in questa sede.

La storia recente dimostra quanto sia equivoco il termine “democrazia”. Già Tocqueville avvertiva che la democrazia può degenerare tanto in tirannia della maggioranza quanto in apatia dei cittadini; e Norberto Bobbio ricordava che la democrazia non è un punto d’arrivo, ma un metodo, un insieme di procedure che richiedono cultura, responsabilità e vigilanza.
La questione non è nominalistica, è precipuamente ontologica: significa interrogarsi sul contenuto che può e deve assegnarsi a questo termine.

La democrazia è una tipologia di regime statale in cui la libertà trova la sua massima espressione. Già Kant sosteneva che la libertà è la condizione stessa della moralità, e che uno Stato giusto è quello che permette agli individui di essere autonomi, non eterodiretti.
Lo sviluppo della democrazia è dunque strettamente collegato alla capacità di libertà, e ciò rende fuorvianti le recidivanti polemiche tra i sostenitori dello stato autoritario e dello stato democratico, basate sulla contrapposizione manichea tra bontà e cattiveria umana: buoni sono i democratici, cattivi sono gli autoritari.
Platone già diffidava di questa semplificazione, mostrando come ogni forma di governo possa degenerare se non sostenuta da virtù e conoscenza.

In realtà lo stato democratico e lo stato autoritario misurano la loro effettiva consistenza e sopravvivenza sulla capacità di rendere libero un popolo.
Quanto più si è capaci di essere liberi, tanto più si può essere democratici ed avere strutture democratiche che colloquiano con la ragionevolezza della parola e non con la prepotenza autoritaria del manganello.
È il grande insegnamento di Hannah Arendt: la libertà è sempre uno spazio di parola, di azione condivisa, di responsabilità reciproca.

Ma in fondo la libertà è l’area nella quale si incontrano, completandosi nella loro complementarietà, diritti e doveri. Non si contraddice, pertanto, all’autonomia del processo di sviluppo della libertà, se si afferma che per determinare questo armonico coagulo è essenziale il supporto della legge.
Già Cicerone, nel De Legibus, sosteneva che la legge è “ragione suprema”, e che senza legalità non esiste né libertà né civiltà.

Il collegamento fra legge, libertà e democrazia giustifica il primato del diritto e della legalità dello stato democratico: la crisi del diritto e della legalità attenta alla stessa esistenza della democrazia.
La storia del Novecento — dalle derive totalitarie analizzate da Popper nella Società aperta alle fragilità delle democrazie contemporanee studiate da Habermas — mostra che la democrazia muore quando muore la fiducia nelle regole e nella cultura civica.

Bisogna arricchire le nostre conoscenze bandendo l’ignoranza e gli errori che la stessa determina, convincendosi che il problema culturale è anche e soprattutto un problema di libertà di scelte democratiche.
Bacone ci ammoniva sugli idola, i pregiudizi che deformano la conoscenza; oggi questi idola sono amplificati da media, algoritmi, polarizzazioni emotive.
Occorre avere il coraggio della libertà, tacciando questi condizionamenti e relegandoli nell’alveo della loro illiberale natura.

Ragione e sentimento segnano il continuo avanzamento dell’uomo, dando corpo anche a quelle che sembravano utopie od illusioni.
Ernst Bloch ricordava che l’utopia non è fuga, ma anticipazione del possibile: un orientamento della speranza.

Anche se la salvezza del nostro Paese e della nostra Calabria dovesse sembrare a molti un’utopia, non arretriamo.
Che ci lascino coltivare questa utopia nella quale celebriamo la nostra fede e la nostra speranza, ossia la nostra dignità di uomini liberi.
Perché — come scriveva Gramsci — occorre unire il pessimismo dell’intelligenza all’ottimismo della volontà: solo così la libertà diventa storia, e la democrazia diventa vita.