di Antonino Napoli
Il referendum è passato, ma l’esigenza di una riforma strutturale del processo penale resta intatta. Occorre riprendere con serietà il dialogo tra istituzioni, magistratura, avvocatura e dottrina, per rendere il sistema più coerente con le esigenze di giustizia sostanziale ed effettiva tutela dei diritti.
La maturità dimostrata dagli attori della campagna referendaria — che rimane, se non altro per l’elevata partecipazione, un’esperienza positiva — dovrebbe ora tradursi nella capacità di lasciarsi alle spalle asprezze e contrapposizioni, favorendo una riflessione condivisa e non ideologica sul futuro del processo penale. In questo percorso, è altresì necessario che le posizioni più estreme, da qualunque parte provengano, vengano isolate: non contribuiscono al confronto, ma lo irrigidiscono, ostacolando ogni reale possibilità di riforma.
Una riforma credibile richiede, inoltre, attori all’altezza del compito: una classe forense preparata, autorevole e realmente indipendente, capace di esercitare il proprio ruolo senza subalternità; e, specularmente, una magistratura altrettanto indipendente, rigorosa e tecnicamente solida, in grado di coniugare autonomia e responsabilità nell’esercizio della funzione.
In questa prospettiva, appare non più rinviabile un rafforzamento del contraddittorio sin dalla fase delle indagini preliminari: è proprio in quel segmento che si annidano le principali anomalie e gli squilibri del sistema, spesso destinati a riverberarsi sull’intero sviluppo del processo. Un contraddittorio anticipato, effettivo e non meramente formale rappresenterebbe il primo passo verso un modello più equo, trasparente e rispettoso delle garanzie costituzionali.




