Michele Albanese, eccellenza del giornalismo antimafia della Piana. Un ricordo degli odi subiti

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di Filomena Scarpati

 La dipartita di Michele Albanese, redattore del “Quotidiano della Calabria” e corrispondente dell’Ansa, rompe sicuramente gli equilibri del giornalismo antimafia della Piana di Gioia Tauro. Sotto scorta dal 2014 dopo gli spiacevoli episodi accaduti durante la processione della Madonna delle Grazie di Tresilico frazione di Oppido Mamertina, per il via dato ai portatori a girare la statua verso il palazzo Mazzagatti a circa venti metri di distanza, fatto passare per indispensabile sguardo della Madonna verso l’ospedale situato a oltre cinquecento metri dal luogo del cosiddetto “inchino”, che nessuno si aspettava dopo gli avvertimenti del maresciallo Andrea Marino, indispensabili per la tutela del territorio di sua competenza, soprattutto dopo la scomunica di Papa Bergoglio a Cassano allo Jonio del 21 Giugno, precedente alla processione delle Grazie del 2 Luglio. Il via fu dato dal “capo paranza”, così come viene chiamato nel Mezzogiorno d’Italia, il responsabile dell’andamento delle processioni che guida i portatori, il quale, non avendo ottemperato alle direttive del comandante della caserma dei Carabinieri del luogo, provocò gli spiacevoli accadimenti che tutti conosciamo. Il comandante Marino conosceva bene i fermenti criminosi che sul territorio di sua competenza potevano essere fomentati per l’abbondanza di ‘ndranghetisti che popolano la cittadina e le sue frazioni. Da uomo d’azione e di coraggio, quale è sempre stato, dopo aver dichiarato illegale la continuazione della processione per la mancanza di osservanza delle indicazioni, avvisati i partecipanti, lasciò il corteo e rientrò in caserma per la stesura degli atti di competenza. ” La processione dell’inchino”, che interessò i media di tutto il mondo, non passò inosservata per Michele Albanese che descrisse i fatti minuziosamente in un articolo pubblicato dal Quotidiano della Calabria, scatenando maggiormente gli odi già in atto dalla confisca dei terreni a famiglie di ‘ndrangheta oppidesi che furono affidati alla gestione della cooperativa sociale “Libera” di Polistena, guidata da don Pino De Masi, al quale fu sempre molto vicino il giornalista Michele Albanese. In proposito si ricorda l’incendio di natura dolosa di alcuni dei suddetti terreni confiscati che, oltre alla perdita del raccolto, comportò il danneggiamento di costosi mezzi per l’agricoltura. A distanza di anni, dagli stessi odi, non può essere nemmeno escluso il vile incendio dell’auto di Don Giovanni Rigoli, al tempo in cui fu parroco di Varapodio, che al di là degli effettivi esecutori, i mandanti vanno sempre ascritti alle famiglie di ‘ndrangheta oppidesi che non mancano di operare anche su Varapodio. Don Rigoli infatti è legato a Don Pino De Masi da vincoli di parentela, così come risulta essere il nipote della defunta dott.ssa Fausta Rigoli di Molochio, che nel 1980 fu sequestrata assieme a suo figlio, Rocco Lupini, tenente colonnello dell’Arma dei Carabinieri, all’epoca del sequestro di nove anni, tenuti prigionieri per oltre un anno, i cui sequestratori, in gran numero, di Oppido Mamertina. Circa dieci unità su dodici. Si parla quindi di famiglie che avendo subito forti danneggiamenti, hanno sempre combattuto la ‘ndrangheta a viso scoperto e Michele Albanese non è mai mancato nella vicinanza a famiglie che hanno vissuto drammi di estrazione mafiosa, così come ha sempre condiviso il pensiero di “Libera contro le mafie” e la presenza di Don Ciotti ai suoi funerali ne è la conferma. Inoltre, Albanese, monitorava l’andamento delle attività del porto di Gioia Tauro, in quanto, “metterci su le mani”, è sempre stato l’obiettivo ambito dei peggiori clan del territorio pianigiano, motivo per cui, anche l’imprenditore di mezzi agricoli, Antonino De Masi di Rizziconi, con altre attività commerciali nel retroporto, da anni è sotto scorta come lo era Michele Albanese. In proposito va anche ricordato il caso di mala giustizia vissuto da Luigi Longo, editore di Approdo Calabria, che fu costretto a chiudere la sua impresa bene impiantata nello stesso luogo, con forti perdite di danaro per il cospicuo giro di affari. Preso poi, anche di mira da una giustizia collusa per essere testimone contro la mafia in un processo. Notizia che non desta più meraviglia dopo le affermazioni nel 2019 del PM Di Matteo che parlò di appartenenze a cordate e atteggiamenti di tipo mafioso anche all’interno della Magistratura. Vanno quindi approfondite le motivazioni allo scopo di attuare un profondo cambiamento, perché chi subisce come Longo, Albanese, De Masi, resta terribilmente leso e assieme a loro, le famiglie. D’altra parte, anche la scrivente ha subito in famiglia: la morte di due cugini di nobile estrazione, di cui uno assassinato e l’altra di 33 anni, morta di conseguenza; un tentato omicidio del padre tramite incidente stradale che negli anni ’70 erano di moda e venivano provocati in sostituzione dell’uso della “lupara”, ma sbagliando bersaglio, anziché suo padre, finì per essere ammazzato un amico di famiglia, agente motociclista della polizia urbana, durante una gita a Paestum, meta estiva della famiglia e degli amici; negli anni ’90, il tentativo di altro omicidio tramite investimento dell’auto, fu subito dal consorte che da Oppido M. si stava recando a Varapodio a trovare suo zio, Don Antonino Di Masi, parroco di Santo Stefano P. e la sorella Marianna con problemi di salute, sembrò che non si gradisse l’avvicinamento agli zii che erano i precedenti proprietari dell’attuale dimora della famiglia e quando  si dovevano approfondire le motivazioni dell’incidente, l’avvocato che curò la pratica, aveva già subito un incidente, si ammalò e morì;  nel ’90 un pedinamento alla scrivente mentre si recava a scuola, da parte di un uomo apparentemente tranquillo, durato parecchi giorni, fece pensare ad un sequestro di persona o ad un ulteriore omicidio, solo quando, molti anni dopo, l’uomo che pedinava, morto ammazzato, fu individuato dalla stampa come persona appartenente alla cosca di maggioranza di Oppido M.. Ma la sua persecuzione non terminò e appena qualche anno fa, due giorni prima della presentazione di una manifestazione a Molochio sulla legalità, durante la quale la scrivente, doveva parlare di un’intervista da parte del capitano dell’Arma dei Carabinieri Cosimo Sframeli, autore di “‘Ndrangheta addosso”, alla dott.ssa Fausta Rigoli sul subito sequestro di persona, fu minacciata in un santuario della Piana, da una donna legata alla cosca di Sinopoli. Ma la peggiore associazione a delinquere di stampo mafioso la scrivente la subisce quotidianamente. Già tutto esposto agli organi di giustizia competenti in materia di mafia che nel frattempo si stanno impegnando seriamente, viene, ancora oggi, intercettata giorno e notte assieme alla famiglia in qualsiasi luogo si reca, dal più pericoloso giro di mafia esistente sul territorio pianigiano, con rapporti con cosche esterne, malviventi più volte entrati in casa, per danneggiarla e derubarla. Non si può ignorare nemmeno il filo conduttore tra i tentativi di  danneggiamento alla scrivente, la manifestazione a Molochio dove ha parlato sul sequestro di persona della dott.ssa Rigoli zia di don Giovanni Rigoli, che come già detto subì l’incendio dell’auto appena qualche anno fa mentre era parroco di Varapodio e precedentemente all’auto data alle fiamme, anche malmenato. Cugino di Don Pino De Masi da parte della madre, Maria De Masi che all’epoca dell’incendio frequentava lo stesso luogo della scrivente e del fratello di Michele Albanese, architetto Alessandro, fino a sembrare tutti accomunati dallo stesso destino, nel subire gli odi ingiustificati della stessa provenienza di quelli subiti da Michele Albanese, che sicuramente hanno ulteriormente danneggiato la sua salute. Con l’augurio che i sacrifici di un giornalista stimato come Albanese, soprattutto nel suo ruolo antimafia espletato per amore della Calabria, non vadano persi e che la lotta alla mafia continui con il suo stesso afflato e risultati positivi, si accompagni con la preghiera, fino al regno dei cieli.