La conoscenza come rivolta: l’unico antidoto al potere arrogante

Riflessioni civili dello scrittore Giovanni Cardona sull’abuso del potere e sulla fragilità della libertà
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Quotidianamente ci si scontra con la stupida arroganza “dei potenti” e con il vergognoso contraltare servilistico “dei sudditi”. È un fenomeno antico, già denunciato da Tucidide, che nella Guerra del Peloponneso osservava come il potere, quando non è controllato, “porta gli uomini a compiere ciò che vogliono, non ciò che è giusto”. La sua analisi della corruzione morale delle città greche sembra scritta per il nostro presente.

La vita e le sue regole vengono annichilite dalla perspicace prosopopea dialettica di una pletora di arroganti contrabbandieri-amministratori, fulgidi esempi terreni ed espressioni teatralmente assurde di una fantomatica “democrazia matura” all’interno della quale tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, come nell’Animal Farm di George Orwell, dove tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. Orwell, come Hannah Arendt, ci ha insegnato che il potere quando si ammanta di buone intenzioni e di linguaggi rassicuranti può diventare il più pericoloso, perché trasforma la menzogna in normalità e l’abuso in prassi.

L’arroganza del potere è un male sottile e invasivo. In pochi riescono a sottrarsi alla tentazione di prevalere ad ogni costo, prevaricando le loro naturali e precostituite funzioni ed usurpando spazi di libertà individuale che si concretizzano con: “sono io che comando qui”. Già Platone, nella Repubblica, ammoniva che il potere senza virtù degenera inevitabilmente in tirannide, e che il governante che non conosce il limite diventa schiavo delle proprie passioni. Montesquieu, secoli dopo, avrebbe ribadito che “chiunque abbia potere è portato ad abusarne”, motivo per cui la separazione dei poteri è l’unico argine alla tracotanza.

È una reinterpretazione del bene pubblico che collide macroscopicamente con ciò che i padri costituenti e le elaborazioni dottrinarie amministrative volevano imprimere quale elemento caratterizzante il fine ultimo di un vivere libero e dignitoso. Un’idea che affonda le radici nel pensiero di Cicerone, per il quale res publica significa “cosa del popolo”, non proprietà di chi governa. E che trova eco in Norberto Bobbio, quando ricorda che la democrazia è prima di tutto “il governo del potere pubblico sotto il controllo pubblico”.

Come dice Stefano Rodotà, la libertà è la prima portatrice del valore dell’autonomia della persona, e non deve essere barattata dinanzi al “potente” di turno. Un principio che richiama John Stuart Mill, per il quale la libertà individuale è sacra proprio perché rappresenta l’ultimo baluardo contro l’oppressione della maggioranza o dei gruppi dominanti.

La libertà di pensiero – rara avis – appartiene a una ristretta, ma molto ristretta, minoranza. Immanuel Kant sosteneva che il coraggio di pensare con la propria testa (sapere aude) è la condizione necessaria per uscire dallo stato di minorità. Ma questo coraggio, oggi come ieri, è merce rara.

Che deludente scenario. Il potere dà alla testa e l’atteggiamento insolente, impune e presuntuoso inevitabilmente prende come sempre il sopravvento. L’arroganza del potere è il più delle volte subdola, ammantata da un atteggiamento di disponibilità verso il prossimo; biecamente si nasconde spesso dietro propositi populistici, quali il giuramento di imparzialità o gli intenti a difesa delle classi sociali più fragili. Machiavelli aveva già descritto questa dinamica: il potere ama travestirsi da virtù, ma spesso agisce secondo pura convenienza. E Alexis de Tocqueville avvertiva che il populismo è la forma più insidiosa di dispotismo, perché seduce mentre domina.

L’arroganza e la scadenza di questi politici e burocrati, tutti inseriti negli apparati del potere, non hanno limiti. Abbarbicati nelle loro torri d’avorio, lontani dalla gente, lontani dai bisogni anche primari della società, con stipendi e prebende da favola non giustificati se non dall’ubbidienza e dall’appartenenza al “sistema”, e come se ciò non bastasse, si permettono anche di prenderci in giro, di farsi gioco di noi. Gaetano Salvemini definiva questi apparati “macchine di potere autoreferenziali”, capaci di sopravvivere a tutto tranne che alla trasparenza. E Max Weber aveva già descritto la burocrazia come un potere impersonale che, se non controllato, diventa una gabbia d’acciaio.

Nell’attimo in cui, di fronte all’arroganza del potere, la Legge si gira altrove o prende tempo, allora si realizza il killeraggio peggiore della collettività: vengono uccisi i diritti proclamati, vanificando le certezze delle comunità, che sono la sola vera linfa per le giovani generazioni che hanno bisogno di credere in qualcosa. Cesare Beccaria ricordava che una legge non applicata è peggiore dell’assenza di legge, perché genera sfiducia e legittima l’arbitrio. E Thomas Hobbes, pur difendendo un potere forte, avvertiva che quando lo Stato non garantisce più sicurezza e diritti, il patto sociale si dissolve.

Contro un potere espressione di sprezzo per il prossimo, tracotanza, turpiloquio e disonestà, solamente il potere della Conoscenza può contrastare l’arroganza del potere. Francis Bacon lo aveva sintetizzato con la celebre formula “scientia potentia est”: la conoscenza è potere. Ma Paulo Freire aggiungeva che è potere solo se diventa coscienza critica, capace di smascherare le strutture oppressive. E Gramsci, con lucidità ancora attuale, ricordava che “istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”: la conoscenza non è un ornamento, ma un’arma civile.