Un secolo di Peppina Terminelli: la vita come testimonianza della storia
Il racconto di una vita che attraversa un secolo di storia tra fede, famiglia e memoriaApr 01, 2026 - redazione
Cento candeline per Peppina Terminelli non rappresentano soltanto un traguardo anagrafico, ma l’arco intero di un secolo attraversato in prima persona, come se la sua vita fosse un filo che cuce insieme le trasformazioni dell’Italia contemporanea.
Nata a Melicuccà il 30 marzo 1926 e residente a Rizziconi, Peppina appartiene a quella generazione che ha conosciuto la durezza della storia prima ancora di comprenderla: affidata ai nonni in un Paese ancora rurale e comunitario, ha vissuto gli anni della Seconda Guerra Mondiale tra rifugi improvvisati e bombardamenti, esperienza che ricorda quanto scriveva Primo Levi sulla fragilità dell’uomo e sulla forza che nasce dalla solidarietà nei momenti più bui.
Nel 1946, anno simbolo della rinascita nazionale e della scelta repubblicana, Peppina sposa Vincenzo Caruso, reduce dalla tragica campagna di Russia: un’unione che si intreccia con la ricostruzione del Paese, quando – come osservava Norberto Bobbio – la speranza tornava a essere un dovere civile.
Da quel matrimonio sono nati sette figli, seguiti da venti nipoti e ventitré pronipoti: una genealogia che sembra incarnare l’idea di Emmanuel Lévinas secondo cui il futuro dell’uomo si manifesta nel volto dell’altro, soprattutto quando quell’altro è parte della propria discendenza.
Nonostante le difficoltà che inevitabilmente accompagnano un’esistenza così lunga, Peppina ha trovato nella fede un sostegno costante, trasformando la preghiera quotidiana e i pellegrinaggi nei grandi santuari mariani d’Europa in un cammino interiore che ricorda la visione di Kierkegaard: la vita come percorso, come scelta rinnovata, come fiducia ostinata anche quando il mondo sembra vacillare.
Oggi, nel celebrare i suoi cento anni, Peppina Terminelli non offre soltanto la testimonianza di una vita longeva, ma il valore di un’esperienza che attraversa la storia e la illumina dall’interno.
Il libro autobiografico che ha deciso di scrivere diventa così un dono prezioso, un archivio di memoria che risponde all’invito di Hannah Arendt a dare durata all’esperienza umana attraverso il racconto. È il gesto di chi sa che la propria vita, pur semplice e radicata nella quotidianità, custodisce l’essenza dell’umano: resilienza, dedizione, amore, e quella forza silenziosa che permette di attraversare un secolo senza smarrire la propria luce.




