Talerico, “assurde le proposte di ANM che vorrebbe far chiudere i Tribunali con meno di 30 giudici”
Mar 27, 2026 - redazione
Talerico : assurde le proposte di ANM che vorrebbe far chiudere i Tribunali con meno di 30 giudici. In Calabria rimarrebbero solo i Tribunali di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria.
Il referendum è finito. Il No ha vinto.
L’Associazione Nazionale Magistrati per la “difesa” del cittadino propone la ricetta per migliorare la giustizia :
- Chiudere i Tribunali con meno di 30 giudici (in Calabria rimarrebbero solo Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria);
- Aumentare l’interscambiabilità tra Giudice e Pubblico Ministero, ovvero la stessa persona un giorno svolge le funzioni di giudicante e con più facilità potrà trasformarsi poi nella pubblica accusa e viceversa.
Sembra una barzelletta, ma invece è tutto vero.
Perché quello che sta emergendo non è esattamente la difesa del cittadino che i tanti sostenitori del NO avevano lasciato intendere in campagna elettorale ed a cui tanti elettori avevano creduto.
Secondo l’ANM, i Tribunali al di sotto della soglia dei 30 giudici (e con meno di 10 PM) sarebbero inefficienti, costosi, incapaci di garantire la specializzazione. La soluzione proposta è sopprimerli e trasferire i procedimenti alle sedi maggiori.
In Calabria, questa soglia è una condanna a morte per quasi metà degli uffici giudiziari. Crotone, Lamezia Terme, Vibo Valentia, Paola, Castrovillari, Palmi, Locri: nessuno raggiunge il numero richiesto. Non perché siano mal organizzati, ma perché lo Stato non ha mai completato gli organici. Nel distretto di Catanzaro, sette tribunali contano in totale 201 magistrati — una media di 28 a testa — con scoperture che in alcuni uffici superano il 20%.
Il punto è esattamente questo. La carenza di magistrati non è una colpa dei territori periferici, ecco perché chiudere quegli uffici giudiziari non risolve il problema dell’organico. Lo sposta. I procedimenti di Crotone non spariscono: vanno a Catanzaro, che già non riesce a smaltire i propri. I tempi si allungano. Le sedi diventano irraggiungibili (Tribunale di Rossano docet) per chi non ha un’auto, per chi non può permettersi di prendere un giorno di permesso per un’udienza a 80 chilometri da casa.
Nei territori del Sud — dove la domanda di giustizia è più alta, dove la presenza della criminalità organizzata rende ogni udienza una questione di legalità, non solo di diritto privato — un tribunale non è solo un ufficio. È un presidio. Chiuderlo significa togliere Stato. Altro che razionalizzazione.
La seconda proposta è ancora più insidiosa perché meno visibile. L’ANM chiede di rendere più agevole l’interscambiabilità tra le funzioni: un magistrato che ha fatto il pubblico ministero qualche giorno prima — che ha costruito imputazioni, richiesto misure cautelari, sostenuto l’accusa in udienza — potrebbe passare con più facilità a fare il giudice. E giudicare. E viceversa.
Il problema non è la malafede di nessuno. Il problema è strutturale.
Durante la campagna referendaria, l’ANM ha spiegato per mesi che il giudice deve essere terzo, radicalmente distinto dal pm, perché solo così è garantita l’imparzialità del processo. Aveva ragione. E quella ragione vale ancora oggi, anche quando a proporre la commistione è la stessa magistratura associata.
L’Italia ha pochi magistrati (quasi 12 magistrati ogni 100.000 abitanti, quando la media in Europa è di circa 17/18 magistrati ogni 100.000 abitanti). Ogni pubblico ministero italiano gestisce in media 1.192 fascicoli l’anno: in Europa la media è 204. Questi sono i numeri veri del collasso della giustizia italiana.
La risposta a questi numeri non è chiudere tribunali. È assumere magistrati, dotare gli uffici di personale amministrativo, di tecnologia, di edifici decenti. È valutare seriamente la produttività di chi già c’è, invece di spostare le carenze da un ufficio all’altro.
Chiudere un tribunale non lo rende più efficiente. Lo elimina. E con esso, un pezzo di accesso alla giustizia per chi ci vive intorno.
Avv. Antonello Talerico
Componente del Consiglio Nazionale Forense




