“Se era bbona a fatica a ordinavanu i medici”
di Antonino Napoli
Qualche giorno fa ho incontrato un muratore, uno di quelli bravi, che da noi in Calabria chiamano “mastru”, che mi ha detto mortificato che in questo periodo non stava lavorando perché non trova operai. Riflettendo su quanto mi ha riferito, mi è ritornata in mente una vecchia frase spesso pronunciata da mio nonno “Se a fatica era bbona, a ordinavano i medici”.
Mio nonno era nato nel 1918, quando la Grande Guerra non era ancora finita, e aveva cominciato a lavorare da piccolo ed il lavoro lo aveva accompagnato per tutta la vita. Gli piaceva lavorare e lo riteneva necessario e credo che proprio per questo potesse permettersi di scherzare su chi ne avesse poca voglia.
Eppure la fatica, quella legata al lavoro, ha avuto un ruolo importante nella storia dell’uomo. Attraverso il lavoro, l’uomo ha migliorato la propria condizione e dato un futuro ai propri figli.
Oggi, rispetto agli anni della fine della Prima guerra mondiale, viviamo in una società diversa ed è giusto che sia così. Non penso affatto che la vita debba essere sacrificata tutta per il lavoro. Perché nella vita, oltre al lavoro, ci sono la famiglia, gli affetti, le amicizie, il tempo libero, la cultura, le passioni. Si lavora per vivere, magari bene, ma non si dovrebbe vivere soltanto per lavorare. Non voler fare del lavoro l’unica ragione della propria esistenza non significa che non siano importanti il lavoro, la realizzazione personale, l’impegno e la voglia di costruire qualcosa per sé e per la propria famiglia.
Ed è proprio da qui che scaturisce una riflessione sulla Calabria.
La nostra è una regione evidentemente non ricca, con problemi che conosciamo bene e che sarebbe ipocrita negare. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che tutto possa essere spiegato soltanto con le responsabilità dello Stato, della politica – che ci sono, non lo nego – o con la mancanza di opportunità.
Nel corso degli anni, anche nella nostra società, non sono mancate forme di assistenza che hanno rappresentato un sostegno importante per chi si trovava in condizioni di difficoltà. Sarebbe ingiusto negarne il valore, soprattutto in una terra nella quale non sempre le opportunità di lavoro sono state sufficienti. Ma altra cosa è quando il sostegno, da strumento temporaneo per affrontare una difficoltà, diventa l’unica prospettiva possibile o quando il posto fisso viene considerato l’unico modello di sicurezza al quale aspirare.
Dovremmo imparare a valorizzare maggiormente le nostre capacità, le nostre competenze, la nostra voglia di fare. Anche se alcune competenze devono essere aggiornate e adeguate ai tempi, perché il mondo cambia e non è sufficiente aver imparato un mestiere una volta per pensare di poterlo fare per tutta la vita.
Naturalmente, non voglio fare, soprattutto io che sono culturalmente legato alla sinistra, un discorso contro chi ha bisogno di assistenza. Ritengo che una società civile deve aiutare chi è in difficoltà e lo Stato deve garantire a tutti pari diritti e pari opportunità. Ma l’assistenza dovrebbe servire a restituire alle persone autonomia e possibilità, non a sostituirle indefinitamente. Allo stesso modo, il posto fisso può essere una legittima aspirazione ma non dovrebbe diventare l’unico orizzonte al quale guardare. Lo dico da avvocato che ha visto negli ultimi anni tanti colleghi abbandonare la professione per il posto fisso; scelta di cui posso comprenderne anche le ragioni. Perché una regione cresce quando le persone hanno la possibilità di lavorare, ma anche quando hanno la voglia di farlo. Quando le competenze vengono messe a frutto e quando si rischia qualcosa quando il mercato lo consente.
E allora, ritornando a quel muratore incontrato qualche giorno fa; uomo che un mestiere lo conosce, che avrebbe il lavoro da fare e che, paradossalmente, oggi non riesce a farlo perché non trova chi lo collabori c’è una fotografia più concreta di tanti discorsi sulla nostra terra. Ci ricorda che il problema non è soltanto creare lavoro, ma anche creare le condizioni perché quel lavoro possa essere scelto, imparato, svolto e trasmesso.
Forse è anche questo che mi fa tornare in mente la frase di mio nonno “Se a fatica era bbona, a ordinavano i medici”. Una terra cambia non solo quando le opportunità arrivano ma anche quando qualcuno decide di raccoglierle. E quel muratore, con il suo lavoro fermo non perché gli manca la voglia di lavorare, ma perché non trova operai, me lo ha ricordato in maniera molto più semplice di quanto avrebbe potuto fare qualsiasi discorso politico-economico.



