Riflessioni di un italiano da una camera di albergo con vista sul Big Ben

banner pasticceria taverna

di Antonino Napoli

Londra si presenta, a ogni suo ospite, come una città ricca di storia, straordinariamente bella e, soprattutto, come una città capace di guardare al futuro senza rinunciare alla propria identità.
Da una parte c’è la City, con i suoi grattacieli e la sua dimensione finanziaria internazionale che la rende una città moderna, dinamica e proiettata verso il futuro. In questa parte è stato realizzato il “tetto di Londra”, lo Shard, il grattacielo progettato dal nostro Renzo Piano, sulla cui cima sono salito. È una testimonianza, insieme al Gherkin, di come anche un’opera contemporanea possa diventare parte dell’identità di una città.
Dall’altra, Londra conserva gelosamente tradizioni e simboli che la rendono immediatamente riconoscibile e che, in un mondo sempre più omologato, sono diventati persino attrazioni turistiche.
La Corona e le sue antiche cerimonie, il cambio della guardia, i taxi neri, i caratteristici autobus rossi a due piani, le cabine telefoniche rosse, oggi completamente in disuso ma rimaste come testimonianza di un passato neppure così lontano, la guida a sinistra e il volante sul lato destro delle automobili, elementi della quotidianità britannica che il tempo non ha cancellato e che, anzi, hanno finito per diventare parte del fascino della città.


È una contraddizione solo apparente.
Londra ci insegna che modernizzarsi non significa necessariamente omologarsi e che custodire le proprie tradizioni non significa vivere guardando al passato. Si può essere profondamente legati alla propria storia e, nello stesso tempo, essere protagonisti del futuro.
Forse è proprio questa una delle ragioni del fascino di Londra, una città cosmopolita nel senso più autentico del termine. Qui si incontrano lingue, culture, etnie e persone provenienti da ogni parte del mondo e ciò non appare ai londinesi come una minaccia alla loro identità, ma come una ricchezza.
Una delle frasi più celebri del film sull’orsetto Paddington è che “A Londra ognuno è diverso, e questo significa che ognuno può integrarsi” (nell’originale inglese: “In London everyone is different, and that means anyone can fit in”).
È una lezione che dovremmo ricordare anche in Italia, dove troppo spesso ciò che è diverso viene percepito come un problema anziché come un’opportunità.
E poi c’è la lingua, l’inglese, parlata in questa città da persone provenienti da ogni angolo del pianeta, diventata la principale lingua della comunicazione globale.
Durante il mio soggiorno ho sentito un genitore italiano dire al proprio figlio, che gli faceva notare di essere tra i pochi a non riuscire a comprendere o pronunciare una parola d’inglese: «A me l’inglese non serve per il mio lavoro».
Nulla di più sbagliato, perché l’inglese non serve soltanto per il lavoro. Serve per viaggiare, per studiare, per comprendere il mondo, per comunicare, per accedere alla cultura e all’informazione. Serve, in qualche modo, per essere cittadini del mondo.
Per fortuna, da alcuni anni, le nuove generazioni italiane lo hanno ben compreso.
E, guardando Londra dalla finestra di una camera con vista sul Big Ben, viene naturale pensare che il futuro appartenga a chi sa guardare avanti senza dimenticare da dove viene.
Come spesso accade quando si riflette sulle cose, viene naturale fare dei confronti, non per stabilire cosa sia migliore, ma per cogliere da ciascuna esperienza gli elementi positivi e trarne un insegnamento. Ed è proprio guardando il Big Ben che mi viene un paragone tra Londra e la nostra bellissima Roma.
Perché, ad esempio, non immaginare, nella nostra capitale, un’opera contemporanea capace di dialogare con la storia millenaria della città?
Perché non affidare, magari a Renzo Piano, un architetto italiano conosciuto e apprezzato in tutto il mondo, la progettazione di un grande edificio, di un nuovo simbolo architettonico, capace di ridisegnare lo skyline e di rappresentare il futuro di Roma senza mortificarne il passato?
Roma è stata caput mundi. Ha attraversato secoli, imperi, rinascite e trasformazioni, continuando a essere una delle città più belle al modo.
Forse avrebbe bisogno anche di un nuovo grande simbolo per il suo futuro.
Non un’opera che faccia concorrenza al Colosseo o al Pantheon, ma un’architettura capace di dialogare con essi.
Non un grattacielo che cancelli la storia, ma un edificio capace di raccontare che quella storia non è finita. È ciò che ha ereditato, ma anche ciò che decide di lasciare a chi verrà dopo di noi.
Un po’ come lo Shard a Londra, un ponte ideale tra quello che Roma è stata e quello che può ancora diventare.