Della spedizione che andrà nello Stretto di Hormuz quasi sicuramente ne farà parte l’Italia che invierà due cacciamine della Classe Gaeta.
Anche se non sono navi recenti, i cacciamine Classe Gaeta (evoluzione della classe Lerici) restano tra i mezzi più efficaci al mondo per la Mine Counter Measures (MCM). La loro progettazione risponde a tre requisiti critici per sopravvivere in un campo minato.
In primo luogo, la maggior parte delle mine oggi hanno innesco magnetico. Ossia, quando i sensori della mina rilevano la prossimità di una grossa massa metallica danno il segnale della detonazione. Dunque i nostri cacciamine sono “amagnetici”, ossia non generano un campo magnetico attorno a sé. Lo scafo è costruito in FRP (Fibre Reinforced Plastic), una vetroresina speciale priva di materiali ferrosi. Questo impedisce l’attivazione delle mine a influenza magnetica, che esplodono rilevando la massa metallica di una nave.
Ma ci sono anche mine a innesco sonoro. E per questo nei nostri cacciamine i motori e gli apparati ausiliari sono montati su supporti elastici per minimizzare la segnatura acustica, evitando di innescare mine a sensore sonoro.
In terzo luogo: come si disinnescano le mine? In modo piuttosto brutale: facendole esplodere in condizioni di sicurezza. Però l’acqua trasmette comunque l’onda d’urto allo scafo, e il processo si ripete per ogni nuova mina che si incontra. Per questo la struttura è progettata per assorbire le onde d’urto di esplosioni subacquee ravvicinate senza compromettere l’integrità dello scafo.
L’operazione nello Stretto di Hormuz non sarebbe una “rimozione” veloce, ma un processo meticoloso che segue tre fasi principali.
Intanto le deve localizzare, e per questo usa un sonar speciale. Tutta la missione ruota attorno a un sonar ad alta frequenza (come il tipo VDS – Variable Depth Sonar). La nave procede a velocità ridottissima (circa 6 nodi, circa 11 Kmh), scansionando il fondale alla ricerca di anomalie. Il sistema deve distinguere una mina da un vecchio relitto, un masso o un ammasso di detriti.
Una volta individuato un “contatto” sospetto, non si invia subito l’uomo. Si utilizzano i ROV (Remotely Operated Vehicles). La Classe Gaeta è dotata di veicoli subacquei filoguidati (come il Pluto o versioni aggiornate) equipaggiati con telecamere e sonar a corto raggio per confermare visivamente la natura dell’ordigno.
Se il contatto è una mina, si procede in due modi.
Per le mine ancorate (che galleggiano sotto la superficie), il ROV o i palombari tagliano il cavo di ormeggio, facendo risalire la mina per poi distruggerla con armi leggere.
Per le mine da fondo, il ROV posiziona una piccola carica esplosiva accanto all’ordigno, che viene poi fatta brillare a distanza. E questa, nel gergo navale italiano, si chiama “Operazione Simpatia”, perché la carica del ROV fa detonare in risposta (per “simpatia”) quella della mina.
A volte però i ROV non riescono a svolgere il loro lavoro, e per questo entrano in azione i palombari del COMSUBIN-GOS, un cui team è sempre presente sui cacciamine. Lo Stretto di Hormuz non è un scherzo. Le forti correnti dello stretto e la torbidità dell’acqua rendono il lavoro dei palombari EOD (Explosive Ordnance Disposal) estremamente pericoloso.
Perché gli italiani sono più efficienti nella bonifica?
Perché mentre gli Stati Uniti, come superpotenza globale, hanno concentrato investimenti e ricerca sulla proiezione di potenza (portaerei, sottomarini d’attacco, aviazione stealth), le marine europee — e in particolare quella italiana, francese e britannica — hanno dovuto fare i conti per decenni con l’eredità di due guerre mondiali. I fondali del Mediterraneo e del Mare del Nord sono stati per lungo tempo i più densamente infestati da ordigni inesplosi al mondo; questa “palestra forzata” ha spinto l’Europa a sviluppare unità specializzate come la Classe Gaeta, considerate dei veri gioielli di nicchia, e a perfezionare una scuola di palombari EOD che non ha eguali per esperienza pratica nel mondo reale.
Dal punto di vista tecnico, gli americani hanno storicamente trascurato la lotta alle mine, considerandola una missione “difensiva” o secondaria, al punto da aver recentemente dismesso gran parte della loro flotta dedicata per puntare su moduli rimovibili montati sulle Littoral Combat Ships (LCS), che però hanno mostrato enormi limiti di affidabilità. Gli europei hanno invece mantenuto navi monofunzionali: scafi costruiti interamente in materiali amagnetici e progettati per un solo scopo. In uno scenario complesso come lo Stretto di Hormuz, questa specializzazione estrema permette alle marine europee di operare con una precisione “chirurgica” che gli Stati Uniti spesso faticano a replicare, finendo per dipendere dai propri alleati proprio per garantire la sicurezza dei colli di bottiglia del commercio globale.




