Quando la politica premia la disciplina più della competenza e la fedeltà più del merito

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di Antonino Napoli

Si dice che la democrazia rappresentativa, a differenza del sorteggio, dovrebbe selezionare i migliori, ma spesso finisce per mettere in vetrina i peggiori. E allora viene spontaneo ricordare quella frase — ormai proverbiale — di Umberto Eco sulle “legioni di imbecilli” a cui Internet ha dato voce. Solo che, a volte, quelle legioni sembrano trovare uno scranno ancora più potente, quello del Parlamento.
L’uscita del senatore Aldo Mattia di FdI — «se serve usate anche il solito sistema clientelare» — non è solo una gaffe. È qualcosa di peggio: è la confessione ingenua di un metodo antico della politica italiana. Quel metodo che tutti fingono di combattere (“si fa ma non si dice”, avrebbe detto la senatrice Simonetta Matone) ma che ogni tanto qualcuno, con sorprendente candore, rivendica quasi come una tecnica elettorale.
E qui nasce il cortocircuito democratico. Perché, in teoria, i parlamentari sono scelti dai cittadini. Non dal sorteggio, non da una lotteria, non da un algoritmo. Da noi. E quindi la tentazione di concludere che “ce li meritiamo” è forte.
Ma sarebbe una conclusione troppo comoda.
La verità è che il sistema di selezione della classe politica — liste bloccate, fedeltà ai capi, carriere costruite dentro gli apparati di partito — spesso premia la disciplina più della competenza e la fedeltà più del merito. Non è il popolo che sceglie davvero i candidati: il popolo, semmai, ratifica scelte fatte altrove.
Così accade che ogni campagna elettorale sembri una gara a chi la spara più grossa. E ogni volta pensiamo di averle sentite tutte. Poi arriva l’ultima settimana e qualcuno riesce ancora a stupirci.
Non è un buon segno per la politica.
Ma è un segno, semmai, di quanto sia urgente tornare a pretendere serietà da chi ci rappresenta.
Perché una democrazia può sopportare anche l’errore.
Molto meno la mediocrità rivendicata con orgoglio.