Quando il migliore spot per il No sono alcune gaffe di chi sostiene il Sì

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di Antonino Napoli

Ci sono momenti in cui la propaganda politica non ha bisogno di avversari: le basta ascoltare con attenzione i propri sostenitori. È il caso della dichiarazione di Giusi Bartolozzi, magistrato e Capo di Gabinetto del ministro Carlo Nordio, secondo cui: «Votate sì e ci liberiamo di questo plotone di esecuzione».
Una frase che, più che uno slogan per il sì, sembra il migliore spot elettorale per il no.
Non perché le vicende personali di chi la pronuncia debbano influenzare il merito della riforma costituzionale — che dovrebbe essere valutata con freddezza e razionalità — ma perché certe parole rivelano uno stato d’animo che mal si concilia con il ruolo istituzionale ricoperto. E quando a parlare è un magistrato prestato alla politica, la prudenza dovrebbe essere doppia.
Proprio da un magistrato entrato nella sfera politica ci si sarebbe aspettati, semmai, un contributo diverso: valutazioni tecniche, ragionate, persino severe se necessario, ma fondate sul diritto e sull’analisi delle norme. Non certo affermazioni di pancia che finiscono per impoverire il dibattito pubblico e per prestarsi a interpretazioni polemiche.
E non si può nemmeno liquidare la vicenda come una semplice gaffe, come quella che Pietro Metastasio definiva poeticamente «una voce dal sen fuggita». Chi ricopre incarichi istituzionali di tale livello sa bene che le parole hanno peso, conseguenze e responsabilità. E proprio per questo non possono essere considerate un innocuo scivolone.
La stessa Giusi Bartolozzi è infatti indagata dalla Procura di Roma per presunte informazioni reticenti fornite al Tribunale dei Ministri nel quadro della vicenda relativa al rimpatrio dell’ex comandante libico Almasri nel gennaio 2025. Un’indagine che, ovviamente, non ha nulla a che vedere con il contenuto delle norme costituzionali su cui gli elettori saranno chiamati a esprimersi.
Proprio per questo, però, evocare l’immagine di un «plotone di esecuzione» appare doppiamente inopportuno. Da un lato perché alimenta un clima di vittimismo che non giova al dibattito pubblico; dall’altro perché rischia di suggerire — anche involontariamente — che la riforma costituzionale serva a risolvere conti personali con la magistratura.
A questo punto mi permetto anche una piccola richiesta di cortesia: sarebbe opportuno finirla con certe iperboli. Perché chi, come il sottoscritto, è convinto per ragioni tecniche della bontà del sì, rischia di trovarsi spinto — proprio da queste esagerazioni — a votare no. E sarebbe un paradosso non piccolo che il principale argomento contro la riforma finisse per essere fornito da alcuni dei suoi stessi sostenitori.
Il referendum, invece, dovrebbe restare ciò che è: una scelta sulle regole dello Stato, non uno sfogo emotivo di chi si sente sotto pressione.
Forse, in casi come questo, la lezione più semplice resta anche la più antica: quando si occupano ruoli istituzionali delicati, talvolta il silenzio è più utile di uno slogan. E, se proprio le circostanze personali rischiano di interferire con la serenità dell’ufficio, sarebbe stato probabilmente più opportuno fare un passo indietro illo tempore, prima che l’emotività prendesse il posto della prudenza istituzionale.