Quando il carcere diventa il luogo del disagio mentale

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Quando il carcere diventa il luogo del disagio mentale


Il carcere non può diventare il luogo in cui finiscono tutte le fragilità che la società e il sistema sanitario non sono riusciti a intercettare prima. Eppure, i dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone nelle 72 visite effettuate negli ultimi dodici mesi raccontano una realtà sempre più difficile da ignorare: nelle carceri italiane il disagio psichico è una presenza strutturale, mentre le risposte restano drammaticamente insufficienti.
Il 9,3% delle persone detenute presenta una diagnosi psichiatrica grave. Ma il dato diventa ancora più significativo se si guarda al ricorso ai farmaci: il 20,5% assume regolarmente antidepressivi, antipsicotici o stabilizzanti dell’umore, mentre il 46% fa uso di sedativi o ipnotici. Numeri che non possono essere letti soltanto come indicatori di una maggiore attenzione alla salute mentale. Raccontano anche il rischio di una risposta affidata prevalentemente alla medicalizzazione, quando invece servirebbero percorsi terapeutici continui, individualizzati e capaci di accompagnare la persona nel tempo.
Il problema è anche nelle risorse disponibili. In media, ogni cento persone detenute, gli psichiatri sono presenti per appena 6,5 ore alla settimana e gli psicologi per 16,6 ore. È difficile immaginare che tempi così limitati possano garantire una presa in carico realmente efficace, soprattutto quando si tratta di persone che presentano condizioni di particolare fragilità e che avrebbero bisogno di continuità, ascolto e interventi personalizzati.
Non basta dunque chiedersi quanti farmaci vengano distribuiti o quante ore di assistenza siano formalmente previste. Bisogna domandarsi se il sistema sia davvero in grado di prendersi cura delle persone. Perché curare non significa soltanto prescrivere una terapia: significa costruire un percorso, individuare bisogni e fragilità, lavorare sulle relazioni, preparare il reinserimento e garantire che il sostegno non finisca con il cancello del carcere.
La questione riguarda anche ciò che accade fuori dalle prigioni. Un sistema territoriale più forte, servizi di salute mentale accessibili e alternative adeguate alla detenzione possono contribuire a evitare che il carcere diventi la risposta automatica a situazioni che avrebbero bisogno, prima di tutto, di cura e accompagnamento sociale.
La salute mentale non è un privilegio e non può diventare una variabile secondaria quando una persona entra in carcere. È un diritto. E garantire quel diritto significa anche rispettare il principio costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione.
Una società giusta non si misura soltanto da come punisce chi ha commesso un reato, ma anche da come tratta la persona durante e dopo la pena. Se vogliamo che il carcere abbia una funzione diversa da quella della semplice custodia, dobbiamo mettere in condizione chi vi entra di uscirne con strumenti, cure e opportunità in più, non con ferite ulteriori.
Per questo servono più professionisti, più percorsi terapeutici, più servizi territoriali e alternative alla detenzione per chi vive condizioni di grave disagio psichico. Non è soltanto una questione di umanità. È una scelta che riguarda la salute pubblica, la sicurezza e la qualità della nostra democrazia.