Perché, nell’Italia di oggi, l’ordinanza del GIP di Milano è addirittura «vergognosa»?

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Di Antonino Napoli

Ho letto ed ascoltato una serie di considerazioni, spesso contrastanti tra loro, espresse sul provvedimento del GIP di Milano relativo a Youssef Siher. Tra tutte, condivido, quelle contenute nel comunicato della Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane che si è richiamato ai principi essenziali per la tutela della cultura delle garanzie e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Con questo comunicato le Camere Penali sono tornate a fare ciò che dovrebbe essere la loro missione fondamentale, la tutela delle garanzie, dei principi di legalità e del giusto processo. Perché la difesa dei diritti non ha colore politico e non può essere piegata alle convenienze del momento.
Il dissenso rispetto a una decisione giudiziaria è legittimo e può essere anche severo ma occorre distinguere la valutazione politica delle conseguenze di un provvedimento dalla contestazione giuridica delle sue motivazioni. La prima attiene alle scelte di governo, alle politiche di sicurezza e alle aspettative della collettività. La seconda richiede un confronto con le norme applicabili, gli elementi processuali e il ragionamento seguito dal giudice.
Definire «vergognosa» la decisione del GIP, come ha fatto la presidente del Consiglio, non chiarisce le ragioni giuridiche del dissenso. È una formula polemica che, pronunciata da chi ricopre la più alta carica del Governo, rischia di trasformare una legittima divergenza in una delegittimazione della funzione giudiziaria.
Costituisce l’archetipo del nostro processo penale il principio che il giudice non è chiamato a ratificare le richieste del pubblico ministero, così come il pubblico ministero non è tenuto a condividere le conclusioni del giudice. La possibilità che le rispettive valutazioni divergano è il cardine del sistema delle garanzie sistema penale. Il giudice, poi, deve decidere sulla base degli atti e delle disposizioni applicabili, non in funzione del consenso politico o delle aspettative dell’opinione pubblica.
Non vi è dubbio che provvedimenti giudiziari possono essere commentati e contestati e la loro eventuale riforma segue le procedure previste dall’ordinamento. La giustizia non è infallibile e proprio per questo esistono gli strumenti di impugnazione. Ma la possibilità dell’errore non autorizza a screditare una decisione soltanto perché non corrisponde alla soluzione auspicata.
La stessa evoluzione della giurisprudenza in materia di giudicato dimostra che la stabilità delle decisioni definitive, la cosiddetta “intangibilità del giudicato”, pur essenziale per la certezza del diritto, deve confrontarsi con altri valori costituzionali, tra cui la libertà personale e la legalità della pena. Entro limiti rigorosi, anche una situazione consolidata può richiedere rimedi quando siano in gioco diritti fondamentali. A maggior ragione, un provvedimento cautelare deve poter essere sottoposto a verifica critica senza che il dissenso venga confuso con un attacco all’istituzione giudiziaria.
In questo senso, la posizione espressa dalla Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane che, come già detto, condivido difende l’autonomia del giudice dalle pressioni esterne e richiama anche i magistrati alla sobrietà nell’esternazione delle proprie convinzioni politiche. L’indipendenza dei magistrati non dev’essere solo effettiva ma deve apparire tale agli occhi dei cittadini perché la terzietà del giudice richiede non soltanto imparzialità nell’esercizio della funzione ma anche comportamenti che non alimentino dubbi sulla sua neutralità.
La medesima responsabilità riguarda parimenti chi esercita funzioni di governo. La critica politica è parte della dialettica democratica, ma non dovrebbe tradursi in una pressione sul giudice né indurre a ritenere che la legittimità della sua funzione dipenda dalla conformità delle decisioni agli indirizzi dell’esecutivo.
Montesquieu aveva individuato nella separazione dei poteri una delle condizioni fondamentali della libertà. Questo principio non impone il silenzio ma certamente esige il rispetto dei ruoli e dei limiti che l’ordinamento assegna a ciascuno.
La difesa delle garanzie non può mai dipendere dall’identità di chi beneficia di una decisione né dal giudizio morale che suscita il suo comportamento. Lo Stato di diritto si misura soprattutto nei casi controversi, quando le decisioni non incontrano il favore della maggioranza. Si può dissentire da un giudice, dimostrarne eventualmente l’errore e chiederne la riforma del provvedimento adottato ma ciò che non si dovrebbe mai fare è sostituire le ragioni del diritto con un insulto, soprattutto quando a farlo è chi rappresenta le istituzioni.
Ricordo un insegnamento che l’avv. Armando Veneto ci ripeteva quando facevo parte del direttivo della Camera Penale di Palmi. Gli avvocati dovrebbero sempre aspirare ad avere giudici preparati, autorevoli e indipendenti. Perché la forza della difesa non si misura dalla debolezza di chi giudica, ma dalla qualità di un processo nel quale ciascuno possa svolgere il proprio ruolo con competenza, autonomia e rispetto delle garanzie.
Un giudice indipendente e preparato non è una garanzia soltanto per l’imputato, ma per l’intera giurisdizione. È questo il senso più alto della nostra funzione di avvocati e del nostro impegno per il giusto processo.