L’Italia delle bollette e del carrello della spesa: l’inflazione corre, gli stipendi arrancano. Ma per Meloni va tutto a gonfie vele!
Ott 31, 2026 - Giuseppe Larosa
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Ci sono ondate di calore che, soprattutto d’estate, ti tolgono il respiro, rendono l’aria irrespirabile e trasformano anche i gesti più semplici in una fatica. Ma esistono anche altre tempeste di calore, meno visibili ma decisamente più devastanti, che colpiscono direttamente le tasche e la vita quotidiana delle persone. Sono quelle provocate dall’aumento dei prezzi, dalle bollette sempre più salate, dal caro carburanti e dal costo dei beni di prima necessità. Un’afa economica che soffoca lavoratori, pensionati e famiglie, costretti a fare i conti con stipendi che non riescono a tenere il passo con il costo della vita. E mentre Giorgia Meloni continua a raccontare un’Italia che cresce, un’economia solida e un Paese che, secondo la narrazione di Palazzo Chigi, sembra attraversare una stagione di grandi soddisfazioni, c’è un’altra Italia che ogni giorno deve fare i conti con una realtà molto meno rassicurante. E non lo sostiene un vetero-comunista, figlio di comunisti e della rivoluzione cubana, ma lo certificano i numeri dell’Istat. I dati di ottobre 2026 sono tutt’altro che confortanti. L’inflazione è salita al 5,4% su base annua, rispetto al 4,2% registrato a settembre. Un’accelerazione significativa che riporta l’indice ai livelli dell’agosto 2023 e che rischia di tradursi in un’ulteriore perdita di potere d’acquisto per milioni di cittadini. A trascinare verso l’alto i prezzi sono soprattutto i beni energetici. Gli energetici regolamentati registrano un’impennata dal 25,8% al 59,5%, mentre quelli non regolamentati passano dal 22,5% al 29,4%. A incidere sono anche gli alimentari non lavorati, che accelerano dal 5,5% al 7,5%, e i servizi di trasporto, che passano dall’1,6% al 3,1%. Ma il dato forse più preoccupante è che il rincaro non riguarda soltanto alcune voci di spesa. L’aumento coinvolge beni e servizi essenziali, quelli ai quali le famiglie non possono rinunciare. Il cosiddetto carrello della spesa torna ad accelerare, passando dall’1,5% al 2,5%, mentre i prodotti acquistati con maggiore frequenza registrano un incremento ancora più pesante, dal 5,2% al 5,8%. Anche l’inflazione di fondo, quella calcolata escludendo energia e alimentari freschi, sale al 2%. Un segnale che dimostra come le pressioni sui prezzi non siano circoscritte soltanto alle materie prime energetiche, ma interessino una parte più ampia dell’economia. E allora la domanda è inevitabile: come si può continuare a parlare di benessere e di crescita quando il costo della vita aumenta e i redditi delle famiglie non riescono a compensare questa escalation? Perché l’inflazione non è un numero astratto, non è una percentuale da commentare davanti alle telecamere. È la spesa che diventa sempre più cara, è il pieno di carburante che pesa sul bilancio familiare, è la bolletta che arriva e mette in difficoltà chi già fatica ad arrivare alla fine del mese. È il pensionato che rinuncia a qualcosa, il lavoratore che vede evaporare una parte dello stipendio e la famiglia che deve continuamente rivedere le proprie spese. E il problema diventa ancora più serio quando si considera che gli aumenti dei prezzi non vengono accompagnati da una crescita adeguata delle retribuzioni. Quando stipendi e pensioni rimangono indietro rispetto all’inflazione, non si verifica soltanto una difficoltà temporanea: si consuma progressivamente il potere d’acquisto, si impoveriscono le famiglie e si amplia la distanza tra chi può permettersi tutto e chi deve rinunciare anche al necessario. Non basta, dunque, rivendicare qualche dato positivo o sventolare percentuali favorevoli quando conviene. Governare significa assumersi la responsabilità delle condizioni materiali in cui vivono i cittadini. Significa intervenire sul costo dell’energia, sostenere i redditi più bassi, rafforzare il potere d’acquisto, garantire salari dignitosi e costruire politiche capaci di contrastare davvero le disuguaglianze. Alla presidente Meloni non si chiedono miracoli, ma risposte. Non servono altri slogan, né l’ennesima operazione di comunicazione politica per convincere gli italiani che tutto procede nel migliore dei modi. Servono provvedimenti concreti, strutturali e duraturi, capaci di incidere sulla vita reale delle persone. Perché un governo non può misurare il successo della propria azione soltanto attraverso le dichiarazioni di chi lo rappresenta. E allora, presidente Meloni, forse sarebbe il caso di abbassare il volume della propaganda e ascoltare il rumore delle casse vuote delle famiglie italiane. Perché mentre a Palazzo Chigi si continua a raccontare che tutto va bene, fuori da quei palazzi c’è un Paese che fa sempre più fatica a vivere. E la realtà, a differenza degli slogan, non si può governare a colpi di dichiarazioni.



