L’Impero va in rovina ma si discute del Nulla

Delle città che cadono tra cavilli di lana caprina e inutili questioni bizantine nelle riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
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Come narrano gli antichi maestri della parola, accadde un giorno che un saccente bizantino, il cui intelletto pareva aver smarrito la naturale armonia delle spontanee sinapsi, sollevasse con gravità quasi sacerdotale una questione degna dei sofisti più cavillosi, interrogandosi se il vello della capra fosse lana, pelo o seta, come se l’essenza del mondo dipendesse da tale sottigliezza; e mentre egli, novello Eutidemo platonico, si trastullava in simili quisquilie, ignorava che sopra la città incombeva una tempesta non dissimile dall’ira di Zeus che brandisce la folgore o dalla spada di Damocle sospesa sul capo del tiranno. Bisanzio, erede della Roma d’Oriente, già splendente come l’aurora di Omero e arricchita da traffici, arti e guerre vittoriose, aveva raggiunto un fasto che poche altre città potevano eguagliare, ma come ammonisce Polibio nel suo ciclo delle costituzioni, la fortuna altera i costumi e la prosperità, quando non è temperata dalla virtù, genera mollezza: così i bizantini, dimentichi delle antiche virtù operative, si abbandonarono all’ozio, al lusso, al convivio senza misura, perdendo il senso del limite che Esiodo poneva a fondamento della giustizia cosmica. Passavano le ore in dispute frivole, accalorandosi per inezie come gli eroi omerici per un’ombra d’onore, ma senza la loro grandezza, consumando la giornata in logomachie degne dei commentatori più pedanti, mentre fuori dalle mura l’ombra della storia avanzava. Intanto Maometto II, condottiero potente come un Achille rovesciato, dopo aver conquistato le terre circostanti, cinse d’assedio la regina del Bosforo e la espugnò il 29 maggio 1453, data che Dante avrebbe forse posto tra i segni della mutazione dei tempi; le stragi furono immense, le opere d’arte, figlie del pennello e dello scalpello greco, arsero come se Efesto stesso avesse soffiato sulle fiamme, e l’imperatore Costantino XII trovò la morte secondo un costume barbaro che ricorda le tragedie di Seneca, con la testa recisa e posta su una colonna di porfido, simbolo di un mondo che tramontava. Eppure, mentre tali sciagure incombevano, mentre la città era prossima a cadere come Troia sotto l’inganno del cavallo, i bizantini perseveravano nelle loro dispute di lana caprina, incapaci di volgere lo sguardo al reale, come se fossero prigionieri della caverna platonica, intenti a litigare sulle ombre mentre il fuoco della storia divampava alle loro spalle. Così, per quei corsi e ricorsi che Vico riconosce come legge del mondo, accade talvolta che anche le istituzioni moderne, preposte al governo della cosa pubblica, si perdano in discussioni di minima utilità, bizantine nel metodo e nell’effetto, mentre forze culturali, economiche e sociali di grande portata trasformano silenziosamente il tessuto della nazione, imponendo nuove consuetudini, nuovi modelli, nuove pressioni che interrogano l’identità collettiva; e il popolo, che si riconosce in una radice storica, linguistica e culturale stratificata nei secoli, si trova a dover riaffermare, come Enea che porta Anchise sulle spalle, il peso e il valore della propria eredità, affinché non vada dispersa nel frastuono delle epoche che mutano. Mentre Bisanzio cadeva tra le fiamme e il clangore delle spade, e mentre gli antichi dei tacevano come statue infrante, non diversamente accade oggi nei più miseri comuni della nostra terra, dove la vita scorre tra piazze screpolate dal sole e municipi che odorano di carte ingiallite; lì, nei borghi dimenticati dal tempo, i politici di turno — non eroi o strateghi, ma figure spesso più simili ai piccoli funzionari delle commedie plautine — consumano le loro energie in dispute minute, in promesse che svaniscono come fumo, in contese elettorali che ricordano più i litigi dei Proci nell’Odissea che il governo della polis. E mentre essi si accapigliano per un voto, per un assessorato, per un effimero frammento di potere, il destino dei cittadini rimane sospeso, come se la comunità intera fosse un’altra Bisanzio assediata, ma non da eserciti, bensì dall’incuria, dalla povertà amministrativa, dall’incapacità di guardare oltre il proprio naso; così i popoli, che attendono soluzioni e visione, si ritrovano invece a osservare un teatro di piccole ambizioni, dove la grande arte del governare — quella che Aristotele chiamava arché politiké — si dissolve in un chiacchiericcio di lana caprina, mentre le vere urgenze bussano alle porte come messaggeri ignorati.