L’assoluzione di Pietro Fuda: quando la giustizia restituisce l’onore, ma non il tempo perduto

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L’assoluzione di Pietro Fuda: quando la giustizia restituisce l’onore, ma non il tempo perduto

Ci sono sentenze che chiudono un processo e sentenze che, invece, segnano un passaggio destinato a rimanere nella memoria collettiva. L’assoluzione di Pietro Fuda appartiene a questa seconda categoria. Non rappresenta soltanto l’esito di una vicenda giudiziaria durata un decennio, ma restituisce dignità a una storia personale e politica che, per troppo tempo, è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso il peso delle accuse. Per i familiari, per gli amici e per le tantissime persone che nel corso degli anni hanno trovato in Pietro Fuda ascolto, disponibilità e una concreta dedizione al bene pubblico, questa decisione segna la fine di un lungo incubo. Dieci anni durante i quali il dubbio ha spesso prevalso sulla presunzione di innocenza, alimentando una narrazione che ha inevitabilmente inciso sulla reputazione di un uomo e sul suo percorso politico. Chi ha conosciuto Pietro Fuda sa bene quanto il suo impegno sia stato orientato allo sviluppo del territorio, in una Calabria che troppo spesso è stata raccontata soltanto attraverso le proprie contraddizioni. Una terra ricca di energie, di competenze e di amministratori che hanno cercato di costruire opportunità, ma che, non di rado, hanno dovuto confrontarsi con un clima di sospetto capace di oscurare anche esperienze amministrative significative.
Lo scioglimento del Comune di Siderno guidato dallo stesso a seguito di un consenso plebiscitario, l’ipotesi di infiltrazioni mafiose e le conseguenze che ne sono derivate hanno contribuito a costruire un’immagine che oggi la pronuncia dei giudici ridimensiona profondamente. Per anni è stata messa in discussione la rettitudine di una persona che ha attraversato le istituzioni distinguendosi, secondo chi gli è stato vicino, per capacità amministrativa, visione politica e trasparenza. Un riconoscimento particolare merita l’attività difensiva svolta dall’avvocato Riccardo Errigo, il cui lavoro ha consentito di affrontare il procedimento attraverso un’approfondita ricostruzione dei fatti e un’attenta confutazione delle contestazioni formulate nel corso dell’indagine, contribuendo al percorso processuale conclusosi con l’assoluzione. Naturalmente, il rispetto delle decisioni dell’autorità giudiziaria impone equilibrio e senso delle istituzioni. Proprio per questo, la sentenza assume un valore ancora più significativo: è il risultato del confronto processuale e dell’accertamento compiuto nelle sedi competenti. Resta, tuttavia, una riflessione che va oltre il singolo caso. Quando un procedimento giudiziario si protrae per dieci anni, il tempo diventa esso stesso un fattore che incide profondamente sulla vita delle persone. Anche quando la giustizia giunge a una conclusione favorevole, nessuna sentenza può restituire integralmente le occasioni perdute, le sofferenze vissute dai familiari, il peso del sospetto e il logoramento umano che accompagna una vicenda così lunga. È inevitabile, allora, che emergano interrogativi destinati ad alimentare un dibattito più ampio: quanto incide la durata dei processi sulla vita di chi vi è coinvolto? Esistono strumenti per coniugare l’indispensabile approfondimento investigativo con tempi più compatibili con il diritto delle persone a vedere definita in tempi ragionevoli la propria posizione? Sono domande che riguardano il funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti fondamentali di ogni cittadino. Un ultimo pensiero riguarda il piano umano. In questi anni non sono mancati giudizi sommari, prese di posizione definitive quando il processo era ancora in corso e condanne pronunciate nell’arena dell’opinione pubblica prima ancora che nelle aule di giustizia. L’assoluzione invita tutti a una riflessione sul valore della presunzione di innocenza, principio cardine dello Stato di diritto che troppo spesso cede il passo alla rapidità del giudizio mediatico. La giustizia ha scritto la parola fine su questa vicenda processuale. Rimane la consapevolezza che il diritto può restituire l’onore, ma non può restituire il tempo. E proprio per questo ogni assoluzione dovrebbe rappresentare non solo la conclusione di un processo, ma anche un richiamo collettivo alla prudenza, al rispetto delle persone e alla responsabilità con cui si formulano giudizi destinati a incidere sulla vita degli altri.

Francesco Rao