L’arroganza del potere: una genealogia del servilismo
Dalla servitù volontaria alla banalità del male: la lunga storia di un potere senza limiti nelle attuali riflessioni dello scrittore Giovanni CardonaGiu 27, 2026 - redazione
Quotidianamente ci si scontra con la stessa scena che Tucidide descriveva nel dialogo di Melo: il potente che impone la propria legge non perché giusta, ma perché può farlo, e il debole che si piega non per convinzione, ma per sopravvivenza. È la dialettica perenne tra la stupida arroganza “dei potenti” e il vergognoso contraltare servilistico “dei sudditi”, che Étienne de La Boétie, già nel Cinquecento, chiamava servitù volontaria: il paradosso per cui i molti si assoggettano a uno solo non per forza, ma per abitudine, comodità, paura.
La vita e le sue regole vengono annichilite dalla perspicace prosopopea dialettica di una pletora di arroganti contrabbandieri-amministratori, fulgidi esempi terreni di una fantomatica “democrazia matura” in cui tutti i cittadini avrebbero gli stessi diritti e gli stessi doveri — come nella Animal Farm di Orwell, dove tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Non è un’invenzione novecentesca: già Platone, nella Repubblica, metteva in guardia dal tiranno che nasce proprio dal seno della democrazia, quando la libertà degenera in licenza e il popolo, stanco, consegna il proprio destino a chi promette ordine e si rivela despota.
L’arroganza del potere è un male sottile e invasivo, e Lord Acton lo fissò in una formula divenuta proverbiale: “il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente”. In pochi riescono a sottrarsi alla tentazione di prevalere a ogni costo, prevaricando le proprie funzioni e usurpando spazi di libertà individuale che si concretizzano in un solo, miserabile asserto: “sono io che comando qui”. È la stessa logica che Manzoni mise in scena in don Rodrigo, piccolo tiranno di provincia che scambia l’autorità per arbitrio, e che Tacito, cronista impietoso del principato romano, aveva già colto come malattia endemica di ogni potere senza contrappesi.
È una reinterpretazione del bene pubblico che collide macroscopicamente con quanto i padri costituzionalisti e le elaborazioni dottrinarie amministrative — da Montesquieu, teorico della separazione dei poteri proprio per impedirne la concentrazione tirannica, fino ai costituenti repubblicani — volevano imprimere come fine ultimo di un vivere libero e dignitoso. Come ricordava Stefano Rodotà, la libertà è la prima portatrice del valore dell’autonomia della persona, e non deve essere barattata dinanzi al “potente” di turno. La libertà di pensiero — rara avis — appartiene a una ristretta, ma molto ristretta minoranza: lo sapeva bene Pascal, quando scriveva che l’uomo è una canna che pensa, ma fragilissima proprio quando dovrebbe esercitare quel pensiero contro chi detiene la forza.
Che deludente scenario. Il potere dà alla testa, e l’atteggiamento insolente, impune e presuntuoso prende il sopravvento. È quanto Machiavelli osservava con freddo realismo: il potere, non temperato da virtù o da limiti istituzionali, scivola naturalmente verso l’abuso. L’arroganza del potere, il più delle volte, è subdola: si ammanta di disponibilità verso il prossimo, si nasconde dietro propositi populistici — giuramenti di imparzialità, intenti a difesa delle classi più fragili — mentre nei fatti pratica quella che Michel Foucault ha descritto come “microfisica del potere”: un controllo capillare, quotidiano, esercitato non solo dai vertici ma in ogni piega dell’apparato amministrativo.
L’arroganza e la decadenza di questi politici e burocrati, tutti inseriti negli apparati del potere, non hanno limiti. Abbarbicati nelle loro torri d’avorio, lontani dalla gente e dai bisogni primari della società, con stipendi e prebende ingiustificati se non dall’obbedienza al “sistema”, si permettono persino di farsi gioco di chi amministrano. È l’osservazione che Hannah Arendt portò alle estreme conseguenze studiando la “banalità del male”: non servono mostri per perpetuare l’ingiustizia, bastano funzionari mediocri, ottusamente fedeli a un apparato più grande di loro, incapaci di interrogarsi sulle conseguenze del proprio agire.
Nell’attimo in cui, di fronte all’arroganza del potere, la Legge si gira altrove o prende tempo, si realizza il killeraggio peggiore della collettività: vengono uccisi i diritti proclamati, vanificate le certezze delle comunità — quella linfa di cui le giovani generazioni hanno bisogno per credere in qualcosa. Contro un potere che è espressione di sprezzo per il prossimo, tracotanza, turpiloquio e disonestà, solo il potere della Conoscenza — quello che Francesco Bacone già nel Seicento identificava come unica vera forza emancipatrice, “scientia potentia est” — può contrastare l’arroganza del potere.




