L’arroganza del potere: una genealogia del servilismo

Dalla servitù volontaria alla banalità del male: la lunga storia di un potere senza limiti nelle attuali riflessioni dello scrittore Giovanni Cardona
banner pasticceria taverna

Quotidianamente ci si scontra con la stessa scena che Tucidide descriveva nel dialogo di Melo: il potente che impone la propria legge non perché giusta, ma perché può farlo, e il debole che si piega non per convinzione, ma per sopravvivenza. È la dialettica perenne tra la stupida arroganza “dei potenti” e il vergognoso contraltare servilistico “dei sudditi”, che Étienne de La Boétie, già nel Cinquecento, chiamava servitù volontaria: il paradosso per cui i molti si assoggettano a uno solo non per forza, ma per abitudine, comodità, paura.

La vita e le sue regole vengono annichilite dalla perspicace prosopopea dialettica di una pletora di arroganti contrabbandieri-amministratori, fulgidi esempi terreni di una fantomatica “democrazia matura” in cui tutti i cittadini avrebbero gli stessi diritti e gli stessi doveri — come nella Animal Farm di Orwell, dove tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. Non è un’invenzione novecentesca: già Platone, nella Repubblica, metteva in guardia dal tiranno che nasce proprio dal seno della democrazia, quando la libertà degenera in licenza e il popolo, stanco, consegna il proprio destino a chi promette ordine e si rivela despota.

L’arroganza del potere è un male sottile e invasivo, e Lord Acton lo fissò in una formula divenuta proverbiale: “il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente”. In pochi riescono a sottrarsi alla tentazione di prevalere a ogni costo, prevaricando le proprie funzioni e usurpando spazi di libertà individuale che si concretizzano in un solo, miserabile asserto: “sono io che comando qui”. È la stessa logica che Manzoni mise in scena in don Rodrigo, piccolo tiranno di provincia che scambia l’autorità per arbitrio, e che Tacito, cronista impietoso del principato romano, aveva già colto come malattia endemica di ogni potere senza contrappesi.

È una reinterpretazione del bene pubblico che collide macroscopicamente con quanto i padri costituzionalisti e le elaborazioni dottrinarie amministrative — da Montesquieu, teorico della separazione dei poteri proprio per impedirne la concentrazione tirannica, fino ai costituenti repubblicani — volevano imprimere come fine ultimo di un vivere libero e dignitoso. Come ricordava Stefano Rodotà, la libertà è la prima portatrice del valore dell’autonomia della persona, e non deve essere barattata dinanzi al “potente” di turno. La libertà di pensiero — rara avis — appartiene a una ristretta, ma molto ristretta minoranza: lo sapeva bene Pascal, quando scriveva che l’uomo è una canna che pensa, ma fragilissima proprio quando dovrebbe esercitare quel pensiero contro chi detiene la forza.

Che deludente scenario. Il potere dà alla testa, e l’atteggiamento insolente, impune e presuntuoso prende il sopravvento. È quanto Machiavelli osservava con freddo realismo: il potere, non temperato da virtù o da limiti istituzionali, scivola naturalmente verso l’abuso. L’arroganza del potere, il più delle volte, è subdola: si ammanta di disponibilità verso il prossimo, si nasconde dietro propositi populistici — giuramenti di imparzialità, intenti a difesa delle classi più fragili — mentre nei fatti pratica quella che Michel Foucault ha descritto come “microfisica del potere”: un controllo capillare, quotidiano, esercitato non solo dai vertici ma in ogni piega dell’apparato amministrativo.

L’arroganza e la decadenza di questi politici e burocrati, tutti inseriti negli apparati del potere, non hanno limiti. Abbarbicati nelle loro torri d’avorio, lontani dalla gente e dai bisogni primari della società, con stipendi e prebende ingiustificati se non dall’obbedienza al “sistema”, si permettono persino di farsi gioco di chi amministrano. È l’osservazione che Hannah Arendt portò alle estreme conseguenze studiando la “banalità del male”: non servono mostri per perpetuare l’ingiustizia, bastano funzionari mediocri, ottusamente fedeli a un apparato più grande di loro, incapaci di interrogarsi sulle conseguenze del proprio agire.

Nell’attimo in cui, di fronte all’arroganza del potere, la Legge si gira altrove o prende tempo, si realizza il killeraggio peggiore della collettività: vengono uccisi i diritti proclamati, vanificate le certezze delle comunità — quella linfa di cui le giovani generazioni hanno bisogno per credere in qualcosa. Contro un potere che è espressione di sprezzo per il prossimo, tracotanza, turpiloquio e disonestà, solo il potere della Conoscenza — quello che Francesco Bacone già nel Seicento identificava come unica vera forza emancipatrice, “scientia potentia est” — può contrastare l’arroganza del potere.