La trappola di Tucidide

Quando la paura diventa profezia, nelle considerazioni dello scrittore Giovanni Cardona
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Nel libro primo della Guerra del Peloponneso, Tucidide scrive che a rendere inevitabile il conflitto furono la crescita della potenza ateniese e il timore che questa suscitava a Sparta. Venticinque secoli dopo, la frase ha una vita propria. Il politologo di Harvard Graham Allison l’ha trasformata in una categoria di analisi e, nel 2017, in un libro dal titolo eloquente: Destined for War. Il quesito è se Washington e Pechino siano le nuove Atene e Sparta.

Il tema è antichissimo. Nell’Edipo re di Sofocle, Laio e Giocasta tentano di sfuggire al responso dell’oracolo e, con quel gesto, lo fanno compiere. Nel Novecento il sociologo Robert Merton avrebbe chiamato questo meccanismo “profezia che si autoadempie”. Se due potenze si convincono di essere destinate allo scontro, ogni mossa difensiva appare offensiva e ogni dialogo una debolezza. Lo scontro diventa razionale proprio perché atteso.

Il dilemma della sicurezza, che Hobbes (primo traduttore inglese di Tucidide) avrebbe riconosciuto subito, non richiede cattive intenzioni. Basta che ciascuno si armi per paura dell’altro.

Tucidide non è solo l’autore della formula, è anche il cronista del cinismo. Nel dialogo di Melo, gli ateniesi spiegano agli isolani che nelle relazioni tra Stati il forte fa ciò che può e il debole subisce ciò che deve. È la matrice del realismo politico, da Machiavelli a Kissinger. Ma lo stesso Tucidide mostra le conseguenze dell’hybris: Atene, ebbra di potenza, si perde nella spedizione in Sicilia.

Più vicino a noi, lo storico Christopher Clark ha descritto l’Europa del 1914 come un continente di sonnambuli, che marciano verso la catastrofe senza volerla davvero. L’avvertimento di Xi sugli errori di calcolo strategico va in questa direzione. La guerra nasce spesso da una catena di incomprensioni, più che da un piano.

Per Washington la sfida cinese è il dato strutturale della politica estera: dazi, controlli sulle tecnologie avanzate, alleanze nell’Indo-Pacifico, attenzione costante a Taiwan. Il vertice di maggio è arrivato mentre Pechino sottolineava la propria posizione sull’isola, proprio mentre ribadiva con forza la propria linea su Taiwan. L’America oscilla tra due letture. Una vede Pechino come rivale sistemico da contenere, l’altra come interlocutore indispensabile con cui negoziare regole del gioco.

Per l’Europa la questione è più scomoda. Il Vecchio Continente non è Sparta, ma nemmeno uno spettatore. Dipende dagli Stati Uniti per la sicurezza e dalla Cina per mercati, materie prime e componenti industriali. Dal tema della “autonomia strategica” a quello del de-risking, Bruxelles cerca una terza via che non sempre ha gli strumenti per percorrere. In un duello tra grandi potenze, chi non ha una propria strategia ne subisce una altrui. È la lezione di Melo, applicata a chi non vuole nemmeno sentirsi coinvolto.

Non tutti concordano sul fatto che il concetto regga. Alcuni critici ricordano che, nel racconto di Tucidide, Sparta, la potenza già affermata che avrebbe dovuto essere aggressiva, fu in realtà la parte riluttante. Altri notano che i due Paesi, entrambi nucleari e fortemente interdipendenti, vivono in condizioni lontanissime da quelle di due città-Stato del V secolo a.C. E c’è chi sospetta che la “trappola” sia uno schema comodo, capace di spiegare tutto a posteriori e di non prevedere nulla.

Altri ancora rispondono che i casi storici di transizione tra potenze finiscono più spesso male che bene, e che dichiarare la guerra improbabile non basta a scongiurarla.

Forse il valore di Tucidide non sta nella sentenza del destino, ma nell’invito all’attenzione. Il suo libro voleva essere, nelle sue stesse parole, un patrimonio per sempre e non un’opera per il pubblico del momento. Ci dice come ragionano le potenze quando hanno paura, e quindi anche come evitare di farsi guidare dalla paura.

L’unica cosa che ci distingue dai sonnambuli del 1914 è la consapevolezza. Se Washington e Pechino hanno davvero letto lo stesso libro, la trappola non è un destino. Può diventare, tutt’al più, un promemoria.