La libertà di parola non è una licenza di offendere. I social e la necessità di una nuova etica della comunicazione
Nov 06, 2026 - redazione
di Antonino Napoli
Gli attacchi sconsiderati di questi giorni al giornale online Approdocalabria, di cui mi onoro di esserne il responsabile legale, mi hanno fatto ricordare le parole pronunciate da Umberto Eco il 10 giugno 2015, a Torino, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Comunicazione e Cultura dei Media. Secondo la riflessione di Eco “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
Quando quel concetto è stato espresso il suo autore certamente neppure immaginava che sarebbe diventato una delle più celebri rappresentazioni del rapporto tra società e comunicazione digitale.
Certamente si trattava di una provocazione intellettuale, volutamente aspra, che conserva ancora oggi una straordinaria attualità. Non tanto perché i social abbiano dato voce a persone prive di competenze o cultura quanto perché hanno profondamente modificato le condizioni nelle quali si esercita la libertà di espressione, eliminando molti dei tradizionali filtri sociali che regolavano il confronto pubblico.
La rete ha democratizzato la comunicazione consentendo a ciascuno di esprimere le proprie idee, partecipare al dibattito pubblico, denunciare ingiustizie e condividere conoscenze. Ma ogni libertà conquistata, o anche concessa, genera un effetto limite rappresentato dalle responsabilità per ciò che si dice. E proprio la prognosi di quest’ultima sembra talvolta non essere adeguatamente valutata.
Facebook, X e le altre piattaforme sono diventati, troppo spesso, luoghi nei quali il confronto degenera in contrapposizione personale ed il dissenso si trasforma in aggressione, in offesa gratuita. Una discussione che potrebbe esaurirsi con una semplice divergenza di opinioni in cui ognuno può rimanere della propria opinione viene alimentata da repliche successive, provocazioni e risposte sempre più dure che, in una sorta di crescendo rossiniano, porta ciascuno ad avvertire il bisogno di avere l’ultima parola, anzi ad offendere sempre di più.
Dietro una tastiera, poi, si attenua quella naturale inibizione che nella comunicazione diretta induce a misurare le parole. La distanza fisica, l’assenza di un confronto immediato e la percezione di anonimato finiscono per alimentare troppo spesso comportamenti che nella vita reale sarebbero probabilmente evitati.
E le conseguenze non sono soltanto culturali e sociali ma, a volte, soprattutto giuridiche tanto che l’incremento delle comunicazioni offensive e delle aggressioni verbali, attraverso le piattaforme digitali, ha contribuito ad ampliare il contenzioso civile e penale dei Tribunali in materia di diffamazione. Commenti, post, condivisioni e repliche possono assumere rilevanza giuridica quando superano il limite della continenza e della critica legittima, traducendosi in un’offesa alla reputazione altrui.
La libertà di manifestazione del pensiero, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione, comprende anche il diritto di criticare, dissentire e manifestare opinioni sgradite. Tuttavia, questo diritto non può arrivare a garantire il diritto di insultare e la libertà di espressione non comporta l’immunità dalle conseguenze delle proprie parole. È proprio in questo equilibrio che si misura la maturità di una società democratica.
La risposta, a mio avviso, non può essere affidata soltanto ai tribunali. La giustizia può accertare responsabilità e riconoscere diritti, ma non può sostituirsi all’educazione, al buon senso e alla capacità di autocontrollo.
Purtroppo spesso si confonde il diritto di parlare con il dovere di essere ascoltati e la libertà di esprimersi con la pretesa di poter dire qualsiasi cosa senza assumersene la responsabilità.
Il pensiero classico ci ha consegnato l’insegnamento che la parola è uno strumento di confronto e non un’arma da utilizzare per umiliare l’interlocutore.
Non dobbiamo rimpiangere un passato nel quale soltanto pochi disponevano degli strumenti per comunicare. Sarebbe un errore e, soprattutto, una contraddizione rispetto ai principi di una società aperta. Dobbiamo piuttosto imparare a utilizzare meglio le opportunità offerte dalla tecnologia e ricordare che anche sulla rete, come nella vita, il silenzio può essere talvolta una manifestazione di intelligenza.



