Il referendum tra l’essere e l’apparire del giudice

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Di Antonino Napoli Avvocato

Il referendum tra l’essere e l’appartenenza del giudice

Il referendum sulla giustizia viene raccontato come una resa dei conti tra politica e magistratura, o come l’ennesima guerra di religione tra garantisti e giustizialisti. Ma questa è una rappresentazione comoda e fuorviante. In realtà il punto è molto più semplice — e molto più serio: la credibilità della giurisdizione.
La giustizia, in uno Stato di diritto, non vive soltanto di norme e procedure. Vive soprattutto della fiducia dei cittadini. Una sentenza può essere tecnicamente impeccabile, ma se chi la riceve — o chi la osserva da fuori — dubita dell’imparzialità di chi la pronuncia, quella decisione perde parte della sua forza. La giurisdizione non si fonda soltanto sull’autorità della legge, ma anche sulla percezione di imparzialità di chi la applica.
Per questo il referendum non dovrebbe essere letto come un attacco ai magistrati, ma come un tentativo — forse imperfetto, ma necessario — di rafforzare l’istituzione giudiziaria.
I giudici, infatti, non devono soltanto essere indipendenti e autonomi. Devono anche apparirlo. È una regola antica quanto la giustizia stessa: non basta che il giudice sia imparziale, occorre che lo sembri agli occhi dei cittadini. Perché la fiducia nella giustizia nasce anche dalla percezione di equilibrio e distanza da ogni forma di potere o di interesse.
Negli ultimi decenni, invece, si è progressivamente creata una zona grigia tra giurisdizione e altri ambiti — politica, correnti associative, dinamiche interne di potere — che ha alimentato diffidenze e sospetti. Non sempre giustificati, ma certamente diffusi. Ed è un problema enorme. Perché quando la fiducia si incrina, a perdere non è un singolo magistrato o una singola sentenza: perde l’intero sistema.
Il referendum prova, nel suo piccolo, a intervenire proprio su questo terreno: separare meglio i ruoli, rendere più chiari i confini, ridurre le ambiguità che nel tempo hanno offuscato l’immagine della giurisdizione.
Non si tratta di mettere sotto tutela i magistrati, né di ridurne l’indipendenza. Al contrario: si tratta di rafforzarla. Un giudice che appare libero da appartenenze, da percorsi incrociati, da logiche di carriera condivise con chi esercita l’accusa, è un giudice più forte. Più autorevole. Più credibile.
E la credibilità, per la giustizia, è tutto.
Chi vota sì non vota contro qualcuno. Vota per restituire alla giurisdizione quella distanza e quella limpidezza che sono la sua vera forza. Perché in una democrazia matura i giudici non devono soltanto essere indipendenti. Devono essere percepiti come tali da chi alla giustizia si affida.
È una questione di fiducia.
Ed è per questo che, oggi più che mai, il sì non è un gesto di sfida.
È un investimento sulla giustizia.