Il Referendum è ormai diventato uno strumento di distrazione di massa

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Di Antonino Napoli

Il dibattito sul referendum costituzionale ha assunto sempre più i toni di una campagna elettorale permanente. Da una parte il centrodestra che ha finito per identificarsi con il Sì, dall’altra il centrosinistra che si è accodato al No, con qualche eccezione sparsa qua e là. Il risultato è che il merito della riforma – cioè se davvero possa migliorare il funzionamento della giustizia e la percezione che di essa ne hanno i cittadini – è rimasto sullo sfondo, coperto da polemiche, slogan e schermaglie mediatiche.
Nel frattempo il Paese attraversa una fase economica tutt’altro che rassicurante: l’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, alimentato anche dalle tensioni internazionali e dalle difficoltà nei traffici nello Stretto di Hormuz, incide direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini. Ma di questo si parla poco. Il referendum sembra diventato, più che uno strumento di partecipazione democratica, uno strumento di distrazione di massa.
In questo clima non sono mancate le stoccate personali. Più che discutere della riforma, si è discusso delle dichiarazioni di chi ne parlava. È stato tutto un susseguirsi di “prima” e “dopo”, come se il vero evento non fosse il referendum ma le polemiche che lo accompagnavano.
Così il confronto si è trasformato in un ring. Agli angoli, come nella boxe, magistrati e avvocati: categorie direttamente interessate che cercano di indirizzare il match mentre la politica combatte a colpi di dichiarazioni.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un referendum ridotto a rassegna di polemiche. Un interminabile dibattito sulle dichiarazioni altrui, sulle intenzioni presunte, sulle allusioni più o meno maliziose. Il merito della riforma, cioè di come cambierebbe davvero il processo penale e l’assetto della giustizia è rimasto spesso un convitato di pietra.
Quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni afferma che, se vincesse il No, si rischierebbero “figli strappati alle madri e stupratori in libertà”, il dibattito smette di essere giuridico e diventa propaganda emotiva. È una rappresentazione che può mobilitare l’elettorato, ma che difficilmente aiuta a comprendere davvero cosa cambierebbe nell’ordinamento.
Il punto è semplice: si può essere convintamente per il Sì senza condividere queste semplificazioni drammatiche. La riforma può essere sostenuta per ragioni tecniche e sistemiche – ad esempio per rafforzare la distinzione tra accusa e giudice o per rendere più coerente il modello accusatorio – senza evocare scenari da catastrofe giudiziaria.
Anzi, paradossalmente, queste iperboli rischiano di indebolire proprio le ragioni del Sì, perché spostano la discussione dal terreno del diritto a quello della paura.
Il 22 e 23 marzo, però, sono vicini. Dopo il voto sarebbe auspicabile abbassare i toni e tornare a discutere dei problemi reali del Paese. E magari – anche se potrebbe sembrare una pia illusione – aprire finalmente un confronto serio su una vera riforma sistematica del processo penale, che vada oltre i referendum e le polemiche del momento.