Il parco buoi e la cattedrale vuota: etica, risparmio e la nuova frontiera europea
Da Parmalat a Bruxelles: perché la storia dei "fessi" del risparmio italiano è la premessa necessaria per capire cosa chiede oggi Ursula von der Leyen ai risparmiatori d'Europa nelle considerazioni dello scrittore Giovanni CardonaSet 06, 2026 - redazione
Da un quarto di secolo a questa parte, sulla sterminata platea dei risparmiatori italiani si sono abbattuti uragani finanziari di rara violenza. Non tempeste passeggere, ma vere e proprie onde anomale che hanno inghiottito i patrimoni di intere generazioni: i bond argentini, Cirio, Parmalat, le quattro banche del 2015, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, Monte dei Paschi. Un rosario di crack che ha un nome tecnico – rischio di credito, opacità informativa, conflitto d’interessi – ma una sostanza antichissima: la fiducia tradita.
I sistemi di controllo deputati, le authority preposte alla vigilanza, hanno omesso – quantomeno colposamente – le cautele che sarebbero state, con ogni probabilità, risolutive. Tanti, troppi, straordinari crack all’italiana.
Con un linguaggio che non fa sconti, la massa dei risparmiatori è stata bollata come “parco buoi” – espressione che risale alla Borsa ottocentesca, quando gli speculatori di professione chiamavano così il pubblico ingenuo destinato alla tosatura – e, con accento ancora più tagliente, Vittorio Feltri li ha definiti i “fessi” del risparmio.
In realtà, in una democrazia matura, ordinata e governata da controlli regolari, quei risparmiatori hanno peccato soltanto di un eccesso di fiducia: credevano, non del tutto a torto, che il sistema economico-finanziario italiano fosse pregno di meccanismi garantisti. Un vortice ha invece succhiato loro il sangue, in un saccheggio tanto insulso quanto silenzioso della ricchezza individuale. Povertà e dolore per i più deboli, per i pensionati, per chi aveva sacrificato un’intera esistenza al risparmio, rinunciando a ogni minima forma di piacere pur di accumulare – secondo quella logica tenace e tipicamente italiana del “mettere via per il domani”.
Gli effetti deleteri di questa lunga stagione nascono da una profonda rivoluzione genetico-culturale maturata nel Novecento: l’abbandono del keynesismo – con la sua idea di uno Stato regolatore e correttore degli squilibri del mercato – a vantaggio del thatcherismo e della deregulation selvaggia. Margaret Thatcher, nel 1979, aprì la stagione della finanza senza briglie proclamando che “non esiste la società, esistono solo gli individui”; da quella frase, più che da qualunque trattato di economia, discende l’insignificanza morale con cui i signori delle imprese hanno spesso agito, indenni da conseguenze giudiziarie proporzionate al danno inflitto.
Le conseguenze terribili – povertà, miseria, disperazione, tragedia – non li toccano: un impietoso vuoto dell’anima li pervade. I grandi crack finanziari diventano così la metafora vivente dell’invettiva di Martin Lutero contro l’avidità di ricchezza, radix omnium malorum, radice di tutti i mali, come scrisse commentando la Prima Lettera a Timoteo. Un assoluto irrispetto delle regole di legge e, prima ancora, di quelle morali.
La cosa è tanto allarmante che, dopo la fuga dei buoi, tutti corrono a chiudere le stalle ormai vuote e difficilmente reintegrabili – un adagio contadino che la storia della finanza ripete puntualmente a ogni ciclo di euforia e collasso, da Amsterdam nel Seicento (la celebre bolla dei tulipani) fino ai giorni nostri.
Ciò che oggi inquieta di più è che, scoperchiato il vaso di Pandora, si è scoperto che l’instabilità di alcune imprese e banche era stata denunciata, indagata, perfino discussa nelle piazze e nei teatri – eppure senza alcun effetto propagatorio, per il blocco dell’intero sistema mediatico e informativo. Il sapere c’era; mancò, come sempre, il coraggio di farlo circolare.
Il risarcimento è necessario, anzi obbligatorio, se si vorrà far ripartire l’azienda-Italia e recuperare la fiducia perduta, costituendo un interesse pubblico preminente. La società ha bisogno di un recupero alto dei valori etici, capace di sottoporre ogni progetto umano alla preventiva verifica della sua compatibilità morale, a tutela della collettività contro ogni possibile corruzione e contro ogni lambente contagio.
Eppure il conflitto fra scienza (o tecnica economico-finanziaria) e morale sembra, oggi come ieri, perdente in partenza. Robert Oppenheimer, dopo Hiroshima, confessò di sentirsi diventato “morte, distruttore di mondi”, citando la Bhagavadgita: un’inquietudine solitaria e disperata che tuttavia non fermò la corsa del progresso scientifico. Allo stesso modo, la cavalcata verso i traguardi del progresso economico prosegue oggi inarrestabile, spesso priva di preoccupazioni etiche.
In questo senso, Aristippo di Cirene ed Epicuro – i filosofi del piacere immediato e del calcolo utilitaristico dei beni – sembrano aver trionfato su Aristotele e Platone, che ponevano il bene comune e la virtù al centro della vita associata, ma anche sull’etica cristiana di San Tommaso d’Aquino, per il quale la proprietà privata era legittima solo se ordinata al bene di tutti, e sulla stessa severità morale di Lutero.
È in questo scenario – fatto di memoria dolorosa e di sfiducia mai del tutto sanata – che si inserisce l’iniziativa più ambiziosa della Commissione presieduta da Ursula von der Leyen: la cosiddetta Savings and Investments Union, l’Unione del Risparmio e degli Investimenti. Bruxelles ha messo nel mirino una cifra colossale, quasi incomprensibile nella sua grandezza: circa 10.000 miliardi di euro, fermi sui conti correnti delle famiglie europee, che secondo la presidente della Commissione rappresentano non un patrimonio di sicurezza, ma “un vero e proprio ostacolo alla crescita del continente”.
Von der Leyen ha rilanciato il progetto anche di recente, davanti alla platea della Rencontre des Entrepreneurs de France a Parigi, fissando l’obiettivo di un accordo entro la fine dell’anno. L’idea, nelle parole della Commissione, non sarebbe quella di creare un nuovo fondo centrale, né di “requisire” alcunché, ma di costruire un insieme di norme comuni – su cartolarizzazione dei depositi, vigilanza integrata dei mercati e maggiore coinvolgimento di banche e assicurazioni – capaci di trattenere più capitale nel circuito europeo e indirizzarlo verso le imprese del continente, oggi spesso costrette a cercare finanziamenti altrove, negli Stati Uniti in primis.
Il progetto affonda le radici nel rapporto sulla competitività europea firmato da Mario Draghi, e si muove entro il celebre “trilemma” descritto dal think tank Bruegel: sovranità fiscale degli Stati, protezione delle entrate pubbliche e neutralità degli investimenti sono tre obiettivi di cui, secondo questa analisi, l’Unione può realizzarne pienamente solo due alla volta.
Non stupisce che una proposta di tale portata abbia acceso un dibattito acceso, e per certi versi antico quanto la storia stessa del risparmio italiano raccontata in apertura. Da più parti si è parlato di un possibile “prelievo forzoso”, quasi una nuova tosatura del parco buoi, questa volta su scala continentale. L’ufficio stampa della Commissione ha più volte precisato che i cittadini europei “godono della piena libertà di investire in base alle loro scelte personali” e che l’Unione “non intende assolutamente costringere i cittadini a investire nei mercati dei capitali”, ma semplicemente offrire loro una scelta più ampia.
Resta però, legittimo, l’interrogativo di fondo che anima da sempre il rapporto fra il piccolo risparmiatore e i grandi apparati – siano essi bancari, statali o sovranazionali: fin dove si spinge la persuasione, e dove comincia, magari surrettiziamente, l’indirizzo? Le stesse regole comuni su cartolarizzazione e supervisione dei mercati potrebbero infatti configurarsi come un incentivo neutro, oppure, secondo alcune letture, finire per orientare in modo più diretto le scelte finanziarie di milioni di famiglie che ancora oggi, dopo Parmalat e le banche venete, faticano a fidarsi di un sistema percepito come opaco.
La storia italiana dei crack finanziari insegna una cosa, se non altro: la fiducia dei risparmiatori non è una risorsa infinita, né rinnovabile a comando. È un capitale morale, prima ancora che economico, che si costruisce con la trasparenza e si distrugge con un solo scandalo taciuto. Se l’Unione europea vuole davvero smuovere diecimila miliardi di euro custoditi con tanta pazienza da generazioni di famiglie, dovrà dimostrare – con fatti, non con tweet rassicuranti – di aver imparato la lezione che l’Italia ha pagato a carissimo prezzo: che ogni progetto di ingegneria finanziaria, per quanto lodevole nelle intenzioni di rilancio della competitività, non potrà mai prescindere da quella “preventiva verifica di compatibilità morale” senza la quale, come insegnano Platone e San Tommaso ben più che Aristippo ed Epicuro, ogni edificio economico rischia di rivelarsi, alla prima tempesta, una cattedrale vuota.



