Il culto di Sant’Anna nell’alto Tirreno Cosentino: la tradizione che “si piega” alla fede

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Il culto di Sant’Anna nell’alto Tirreno Cosentino: la tradizione che “si piega” alla fede

Di Mariarosaria Valente 

Cosenza, 26 luglio 2026 – Ci sono luoghi in cui il confine tra fede e tradizione è labile, anzi labilissimo. 

Sì prescinde come sempre dalla fede quale filo conduttore della quotidianità comunitaria che si inspessisce durante le ricorrenze liturgicamente e religiosamente importanti.

Oggi, domenica 26 luglio, la Chiesa Cattolica fa memoria di Sant’Anna, sposa devota a Gioacchino e madre di Maria Vergine. 

Una figura la cui devozione è rimasta viva e invariata da secoli nella storia di molti paesi dell’Alto Tirreno Cosentino calabrese, ma di cui ancora si tende a parlare molto poco. 

Protettrice delle partorienti e dei nonni, Sant’Anna è l’emblema della pazienza e della fede cieca, colei che per ben vent’anni ha pregato e digiunato senza sosta per ricevere la grazia di un bambino. 

È modello di temperanza nelle avversità, di assoluta obbedienza e semplicità a cui ogni gestante si rivolge per chiedere salute e protezione al futuro nascituro. 

Molte sono le chiese dell’alto Tirreno cosentino calabrese che ospitano il simulacro della santa, come quella di San Giacomo Apostolo di Belvedere Marittimo dove è usanza celebrare il triduo e benedire tutti nonni e anziani, pilastri nelle famiglie e modello educativo per  nuove generazioni. 

A pochi chilometri, nell’entroterra, la comunità di Orsomarso ha eletto Sant’Anna a compatrona, venerandone l’effigie presso la chiesa del S.S Salvatore. 

Per l’occasione ha luogo la tradizionale infiorata e la peregrinatio della statua per le vie del paese. 

Scendendo nuovamente sulla costa, Contrada Petraro di Cetraro ospita una piccola chiesa dedicata a Sant’Anna che secondo la leggenda avrebbe strappato dal diavolo la camicia che egli indossava per distruggere il luogo di culto, scaraventandola con forza sul terreno. L’indumento, pietrificatosi sul terreno, compare ancora oggi come una grande macchia bianca con due lunghe e grandi maniche, dando il nome di “Camisa d’u’ ‘Mpisu’ (Camicia dell’Abisso) al luogo dove attualmente sorge la chiesetta. 

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