Il Convitato di Pietra nei Palazzi del Potere
Quando il potere locale diventa terreno di coltura del crimine nella disamina dello scrittore Giovanni CardonaGiu 19, 2026 - redazione
C’è una geometria silenziosa che lega il municipio alla strada, l’aula consiliare al marciapiede. Quando un ente locale viene infiltrato, lambito o semplicemente reso compiacente dalla criminalità organizzata, il tessuto sociale che lo circonda non resta indifferente. Reagisce con un aumento misurabile della criminalità diffusa. L’amministrazione collusa smette di essere un argine e diventa un moltiplicatore di impunità, un segnale che la legge è negoziabile. Il monopolio statale della forza, per dirla con Max Weber, viene così silenziosamente subappaltato. Non è un caso che l’ordinamento italiano abbia dovuto darsi uno strumento specifico per questa patologia: l’articolo 143 del Testo Unico degli Enti Locali, che disciplina lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso. È una norma nata dall’esperienza concreta di centinaia di commissariamenti che dagli anni Novanta in poi hanno colpito comuni della Sicilia, della Calabria, della Campania, ma anche, sempre più spesso, enti del Centro e del Nord. Segno che il fenomeno non è più geograficamente confinabile. La Commissione Parlamentare Antimafia, nelle sue relazioni periodiche, ha documentato in modo sistematico come il condizionamento degli appalti pubblici, delle assunzioni clientelari e della gestione dei beni confiscati produca un effetto domino sulla sicurezza percepita e reale dei territori. L’amministrazione che tollera o favorisce un’impresa mafiosa negli appalti legittima al contempo l’usura, il racket, il controllo armato del territorio. È un meccanismo che gli studiosi della Banca d’Italia, penso ai lavori di Paolo Pinotti sul costo economico della presenza mafiosa, hanno tentato di quantificare. Nei territori con più alta densità di infiltrazione il PIL pro capite cala e i reati contro il patrimonio e la persona crescono in proporzione diretta alla debolezza istituzionale locale. Ma la dimensione giuridica, da sola, non basta a spiegare la profondità del fenomeno. Qui soccorre la storia più lontana, quella del Mezzogiorno post-unitario, quando il vuoto lasciato da uno Stato centrale percepito come estraneo e dal persistere del latifondo feudale venne colmato dai gabelloti e dai campieri, figure di mediazione armata tra i proprietari assenti e i contadini, vero e proprio prototipo del potere mafioso come intermediazione violenta del consenso locale. La strage di Portella della Ginestra, il primo maggio 1947, ricorda quanto presto questo potere si sia saldato alla politica, colpendo nel sangue le istanze contadine e socialiste proprio mentre si ridisegnavano gli assetti del potere locale siciliano nel dopoguerra. Negli anni Cinquanta e Sessanta il cosiddetto “sacco di Palermo”, l’urbanistica selvaggia gestita da amministratori come Vito Ciancimino in combutta con le cosche, mostra come la collusione non riguardi solo l’ordine pubblico ma la forma stessa delle città, gli alberi abbattuti, le ville liberty demolite, i quartieri abusivi sorti per favorire imprese di costruzione legate a Cosa Nostra. L’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, nel 1982, e le stragi di Capaci e via D’Amelio nel 1992 contro Falcone e Borsellino segnano il punto più alto dello scontro tra Stato e organizzazioni criminali radicate nel potere locale, e portano proprio alla stagione dei decreti che introducono lo scioglimento dei consigli comunali per mafia. Va ricordato, per completare il quadro storico, che anche il fenomeno di Tangentopoli nei primi anni Novanta, sebbene di natura diversa, ha mostrato quanto il sistema degli appalti pubblici locali fosse permeabile a logiche di scambio occulto, preparando culturalmente il terreno alla comprensione di come la corruzione amministrativa e l’infiltrazione mafiosa siano fenomeni distinti ma comunicanti. Sul piano letterario Leonardo Sciascia, in “Il giorno della civetta”, aveva già intuito con decenni di anticipo che la mafia non è un corpo estraneo allo Stato ma una sua possibile metastasi interna. Il capitano Bellodi del romanzo scopre amaramente che la borghesia locale, i notabili, i piccoli politici sono spesso più ricattabili e più disponibili al compromesso di quanto la retorica ufficiale voglia ammettere. Roberto Saviano, in “Gomorra”, attualizza la medesima intuizione mostrando come il sistema criminale campano non viva ai margini della legalità ma dentro l’economia legale, dentro gli appalti pubblici, dentro l’edilizia comunale, dentro lo smaltimento dei rifiuti affidato con gare pilotate. Danilo Dolci, ancora prima di Saviano, con le sue inchieste sociologiche sulla Sicilia degli anni Cinquanta, aveva già documentato dal basso come la miseria, l’omertà e l’assenza di servizi pubblici reali rendessero la popolazione dipendente dal potere informale mafioso più che da quello legale. Sul piano storico-politico Antonio Gramsci, nei “Quaderni del carcere”, teorizza l’egemonia come capacità di un gruppo di ottenere consenso non solo con la forza ma costruendo un blocco sociale che normalizza il proprio potere. È esattamente questo che accade quando un sindaco, un assessore, un dirigente comunale normalizzano la presenza mafiosa attraverso favori, voti di scambio, lavori pubblici affidati senza reale concorrenza. Si costruisce un’egemonia criminale che la popolazione finisce per percepire come ordine naturale delle cose, persino come unica forma di welfare disponibile in territori abbandonati dai servizi pubblici legittimi. Sul piano filosofico il problema rimanda direttamente a Thomas Hobbes e al suo Leviatano. Lo Stato moderno nasce dalla rinuncia dei singoli alla violenza privata in cambio della sicurezza garantita dal sovrano. Quando l’ente locale che dovrebbe incarnare quella sovranità delegata si piega al potere criminale, si produce un ritorno mascherato allo stato di natura, una guerra di tutti contro tutti che si manifesta concretamente nell’aumento di estorsioni, furti, rapine, omicidi di camorra o di ‘ndrangheta che costellano le cronache dei territori commissariati. Cesare Beccaria, nel “Dei delitti e delle pene”, aveva già messo in guardia contro la sproporzione tra certezza della pena e gravità del reato come incentivo alla criminalità. Un ente locale collusivo è precisamente una macchina che produce incertezza della pena, perché l’amministrazione compromessa interviene su nomine di vigili, su trasparenza degli appalti, sulla stessa credibilità delle forze dell’ordine locali, generando quella percezione di impunità che Beccaria considerava l’humus sostanziale del crimine più della severità delle sanzioni. Hannah Arendt offre forse la lente più inquietante con la sua riflessione sulla banalità del male. Ciò che colpisce nei processi per mafia agli amministratori locali non è quasi mai il fanatismo ideologico ma la routine burocratica della complicità, firme apposte senza apparente drammaticità, autorizzazioni concesse per quieto vivere, un’abitudine all’omissione che normalizza l’illegalità proprio perché la spoglia di qualunque eccezionalità. Tenendo insieme questi fili, giuridico, letterario, storico e filosofico, la conclusione che si impone è che la criminalità locale non cresce mai in un vuoto. Cresce dove l’ente che dovrebbe contrastarla smette di esercitare la sua funzione di argine simbolico e materiale. Ogni delibera viziata, ogni appalto pilotato, ogni assunzione clientelare non sono semplici reati amministrativi ma mattoni di un edificio più grande dentro cui la criminalità comune trova spazio, protezione e, paradossalmente, legittimità sociale. Solo lo scioglimento del consiglio comunale, la commissione straordinaria, l’intervento della magistratura ricordano, con la forza asciutta della norma, che la sovranità dello Stato non è negoziabile, e che il Leviatano, quando si addormenta nei municipi, lascia che la giungla riprenda il territorio palmo a palmo.




