Il caso Luigi Longo, “Un errore giudiziario che ha distrutto la mia vita”. Il sistema ha bisogno di una “scossa”. Ecco perché voto SI al referendum del 22/23 marzo”
Mar 14, 2026 - redazione
“Un errore giudiziario che ha distrutto la mia vita”. Il sistema ha bisogno di una “scossa”. Ecco perché voto SI al referendum del 22/23 marzo
Era il 29 maggio, quando alle 2:22 di notte i carabinieri bussarono alla mia porta per arrestarmi. Mi dissero che c’era un mandato di cattura internazionale nei miei confronti per associazione a delinquere transnazionale.
In quel momento rimasi incredulo. Chiesi di vedere i documenti e, per alcuni minuti, non ero nemmeno certo che fossero davvero carabinieri. Pensai perfino potessero essere dei killer. Avevo infatti reso testimonianze importanti alla Direzione Distrettuale Antimafia, in procedimenti delicati come l’inchiesta “Cent’anni di storia” e altre vicende legate alla criminalità organizzata.
Solo una volta arrivato alla caserma di Albano Laziale capii che erano effettivamente militari dell’Arma. Lì lessi le carte dell’arresto e mi resi conto che era stato commesso un errore gravissimo.
Secondo l’accusa io sarei stato addirittura il capo promotore di un’organizzazione criminale collegata alle attività nel porto di Porto di Gioia Tauro. Ma c’era un problema enorme: la persona indicata negli atti non ero io.
Io non ero Luigi Longo di Polistena, indicato nelle carte come presunto capocosca. Io ero un altro Luigi Longo, quello che aveva denunciato e che, insieme all’ex sindaco Aldo Alessio, era stato testimone chiave proprio nelle indagini che avevano portato all’operazione “Cent’anni di storia”.
Quando lo feci notare al maresciallo dei carabinieri che stava nella mia stanza, la situazione cambiò immediatamente. In pochi minuti arrivarono diversi ufficiali e sottoufficiali. Avevo toccato un punto delicatissimo: avevano capito che poteva esserci stato un errore, un copia incolla sbagliato!
Venni comunque portato in carcere a Carcere di Velletri, poi trasferito al Carcere di Regina Coeli, dove rimasi anche in infermeria per una settimana a causa delle mie condizioni di salute.
Nel frattempo arrivò una lettera dell’allora procuratore Giuseppe Pignatone, che chiariva chi fossi realmente, smentendo la ricostruzione contenuta negli atti dell’accusa.
Durante l’interrogatorio con il pubblico ministero dissi chiaramente:
«Avete commesso un errore enorme».
La risposta che ricevetti fu sorprendente: il magistrato disse che ormai era diventato procuratore capo e che non poteva tornare indietro, chiedendomi invece informazioni su un mio presunto socio.
A quel punto, con i miei avvocati, tra cui l’avvocato Napoli e Gallo, chiarimmo che non esistevano atti o elementi che giustificassero quelle accuse. Dissi al pubblico ministero che non avrei mai firmato dichiarazioni false, nemmeno per uscire dal carcere.
Dopo quell’interrogatorio arrivò la scarcerazione e fui posto agli arresti domiciliari.
Il processo iniziò mesi dopo. Durante il dibattimento accadde qualcosa di incredibile: quando il presidente del collegio chiese al pubblico ministero di interrogarmi, il magistrato si alzò e disse che la Procura non aveva nulla da chiedermi.
Fu il mio avvocato a porre le domande. Dopo l’udienza, il collegio giudicante sospese la seduta e poco dopo arrivò la richiesta informale di rinunciare ai testimoni della difesa.
La sentenza arrivò rapidamente: assoluzione per tutti gli imputati, undici persone, con formula piena “perché il fatto non sussiste” e motivazione contestuale.
Il collegio rilevò anche possibili manipolazioni nelle informazioni e nelle intercettazioni, trasmettendo gli atti alla Procura competente per ulteriori verifiche.
Ma tutto questo arrivò dopo cinque anni. Cinque anni in cui la mia vita fu devastata: la salute compromessa, le aziende distrutte, l’immagine pubblica cancellata.
Dall’assoluzione al risarcimento simbolico:
il caso Longo e la decisione della Corte d’Appello
Dopo la sentenza di assoluzione arrivata il 15 luglio 2014, con formula piena “perché il fatto non sussiste” e con motivazione contestuale, la vicenda giudiziaria sembrava definitivamente chiusa. La decisione non venne nemmeno impugnata dalla Procura, e il processo si concluse dunque già in primo grado.
Negli anni successivi arrivò però un altro passaggio importante: la richiesta di indennizzo per ingiusta detenzione, dopo 27 giorni trascorsi in carcere e 11 mesi agli arresti domiciliari.
La decisione della Corte d’Appello di Roma suscitò scalpore. L’indennizzo stabilito fu infatti molto superiore rispetto ai parametri normalmente applicati in casi simili:
per i 27 giorni di carcere vennero riconosciuti circa 480 euro, anziché 240 euro giornalieri.
per gli 11 mesi di arresti domiciliari, 240 euro al giorno anziché 120 euro.
Ma ciò che colpì maggiormente fu una parte della motivazione del provvedimento. Nel testo si legge infatti che l’arresto dell’imprenditore ed editore di Approdo News, Luigi Longo, avrebbe comunque contribuito a “smantellare l’economia legale del porto di Gioia Tauro”, riferimento al grande scalo calabrese del Porto di Gioia Tauro.
Ecco perché oggi sostengo con convinzione il SI al referendum sulla giustizia e in particolare la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, con relativo sorteggio.
Non è una battaglia contro la magistratura: esistono tantissimi magistrati seri che fanno il loro lavoro con grande coscienza e senso di responsabilità, ed hanno tutte le carte in regola per ambire a ruoli primari di direzione in seno alla magistratura.
Ma un sistema che consente errori di questo tipo, senza adeguati contrappesi, è un sistema che ha bisogno di una “scossa”.




