Ordine pubblico e fragilità della democrazia
Tra pluralismo, controllo statale e la ricerca di un equilibrio costituzionale nelle considerazioni dello scrittore Giovanni CardonaMar 14, 2026 - redazione
Il concetto di ordine pubblico è alquanto difficile da fissare entro limiti storicamente temporali entro i quali poter procedere ad un’analisi di forme e contenuti. La sua natura sfuggente ricorda quella delle categorie politiche che, come osservava Carl Schmitt, mutano con il mutare dell’“amico” e del “nemico”, e dunque con la struttura stessa del potere. Il termine è di difficile catalogazione, peraltro avversata dalle scienze giuridiche, politiche e sociali, che divergono sulla valenza, sull’efficacia e sull’operatività di un concetto che oscilla tra norma e prassi, tra ideologia e amministrazione.
Uno Stato repressivo celato sotto le mentite spoglie di uno Stato democratico penetra preventivamente e regressivamente nel sistema delle libertà dei cittadini, delegittimando ogni forma di opposizione e di dissenso. È un fenomeno già noto alla storia: dalle democrazie illiberali del Novecento alle derive autoritarie del XXI secolo, passando per le “democrazie plebiscitarie” descritte da Tocqueville, dove il consenso diventa strumento di controllo più che espressione di libertà.
Lo Stato, da momento ordinatore di aggregati politici e sociali, diviene disciplina ferrea della vita dei cittadini, attraverso una silente imposizione dogmatica che obnubila la capacità critica e favorisce una sottomessa e sublimante acquisizione di mendaci messaggi. Tale dinamica era già stata denunciata da Étienne de La Boétie nel suo Discorso sulla servitù volontaria, dove il potere si regge non solo sulla forza, ma sull’abitudine, sulla propaganda e sulla complicità di una claque giornalistica pronta a manifestazioni di servile ossequio, prezzolata da un regime di privilegi.
Il pluralismo sociale e politico, la tolleranza religiosa, il riconoscimento e la tutela delle minoranze etniche e linguistiche sono i connotati fondamentali di uno Stato che, nella sua dinamica democratica, ha sempre faticato a ritrovare un ordine pubblico ideale al quale ispirarsi. Già John Stuart Mill ammoniva che la libertà non è mai garantita una volta per tutte, e che il pluralismo è un equilibrio instabile, continuamente minacciato da maggioranze aggressive o da minoranze organizzate.
L’emergere tumultuoso e incessante di nuove forze sociali, di gruppi, movimenti, partiti politici e associazioni ha messo in discussione qualsiasi dottrina e ideologia, forgiando un grado di disordine sociale che viene accettato come necessario effetto di un sistema disfunzionalmente aperto. La modernità liquida di Bauman non è solo una metafora sociologica, ma una condizione strutturale: istituzioni fragili, identità mobili, conflitti diffusi. La democrazia difficilmente potrà raggiungere e detenere una posizione estremamente fluida o filosoficamente liquida, poiché ogni eccesso di fluidità rischia di dissolvere i presupposti stessi della convivenza civile.
Al di sopra di una visione politica dominante e della statica del potere, si avverte sempre più la necessità che, almeno sotto l’aspetto formale, i metodi, le procedure e le strutture processuali debbano essere espressione convergente di un comune consenso. È l’eco del costituzionalismo moderno, da Montesquieu a Kelsen, che vede nell’equilibrio delle forme e nella prevedibilità delle procedure la vera garanzia dell’ordine pubblico democratico.
Solo così operando ci sarà spazio per un ordine pubblico ideale, costituito dal criterio democratico, dal ragionevole mutamento, dal rifiuto dell’eversione e della sovversione cruente, dalla messa al bando di incancrenenti fenomeni sociali patologici. Un ordine che ricorda quello auspicato da Norberto Bobbio: non la quiete imposta, ma la “pace tra eguali”, fondata sul diritto e non sulla forza.
Il dibattito filosofico, giuridico e politico sul tema è ancora aperto, screditato da inani pregiudizi politici e culturali che risentono di esperienze autoritarie e di nefasti governi di cialtroni. La storia italiana ed europea del Novecento è un monito costante: ogni volta che l’ordine pubblico è stato invocato come scudo, si è trasformato in arma; ogni volta che è stato ridotto a slogan, ha smesso di essere garanzia per diventare minaccia.
L’opera di snaturalizzazione perpetrata da uno Stato di diritto e democratico apre la querelle sul valore cogente della nozione di ordine pubblico, osteggiato, estromesso e caducato di alcuna efficacia positiva e normativa, e collocato dai detrattori sugli scaffali museali dell’archeologia giuridica. Il mutamento nominativo – ordine costituzionale, ordine democratico, ordine amministrativo, ordine giuridico, ordine politico – ricorda le strategie linguistiche di Orwell in 1984, dove cambiare le parole significa cambiare la realtà.
“Ordine vuol dire la cosa giusta al posto giusto e al momento giusto.” (Zygmunt Bauman, Corriere della Sera, 2009). Una definizione che, nella sua apparente semplicità, richiama l’antica idea aristotelica di kosmos: un equilibrio dinamico, non un’imposizione statica; un’armonia che nasce dal confronto, non dalla repressione.




