Il caso Caridi e il fallimento del garantismo in Parlamento

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Il caso Caridi e il fallimento del garantismo in Parlamento


Ci sono vicende giudiziarie che finiscono nelle aule dei tribunali e altre che finiscono per travolgere interamente la vita delle persone, prima ancora che venga pronunciata una sentenza. La storia di Antonio Caridi appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Per anni il suo nome è stato associato alla mafia, alla ‘ndrangheta, alla presunta “cupola” calabrese che secondo la Procura di Reggio Calabria avrebbe governato potere politico e criminalità. L’inchiesta “Gotha” venne presentata come una svolta storica, quasi una nuova stagione del contrasto alle mafie. I toni erano solenni, le accuse devastanti, il clamore mediatico enorme.
Poi sono arrivate le sentenze. Prima l’assoluzione in primo grado. Adesso la conferma in appello. E insieme alle assoluzioni è crollato l’intero impianto accusatorio che per anni aveva sostenuto uno dei processi più simbolici della stagione del giustizialismo militante.
Ma mentre la giustizia corregge lentamente sé stessa, il tempo della vita reale non torna più indietro.
Antonio Caridi è stato arrestato da senatore della Repubblica, consegnato al carcere dopo un voto parlamentare consumato in poche ore, nel pieno di una stagione politica dominata dalla paura di apparire “amici dei mafiosi”. In quel clima nessuno volle assumersi il peso del dubbio, nessuno ebbe il coraggio di rivendicare davvero il principio costituzionale della presunzione d’innocenza.
Il Parlamento avrebbe dovuto rappresentare un argine di garanzia. Invece si trasformò in una camera di ratifica delle richieste della Procura.
Le oltre seimila pagine trasmesse ai senatori furono liquidate in meno di ventiquattro ore. Un tempo incompatibile con qualsiasi seria valutazione giuridica. Eppure bastò. Bastò perché il clima politico dell’epoca imponeva una sola direzione: autorizzare l’arresto, subito, senza esitazioni, senza distinguere tra accuse e prove, tra sospetti e responsabilità accertate.
Fu il trionfo del populismo giudiziario.
Chi provò a opporsi venne isolato. Alcuni parlamentari del centrosinistra — Luigi Manconi, Mario Tronti, Emma Fattorini — tentarono di ricordare che il garantismo non è una concessione agli imputati eccellenti ma una tutela per tutti i cittadini. Furono minoranza. E in certi casi persino bersaglio di sospetti e insinuazioni.
La verità è che in quegli anni la politica aveva smesso di difendere la propria autonomia. Terrorizzata dalla pressione mediatica e dal consenso facile dell’“onestà senza processo”, preferì inginocchiarsi davanti alle procure. Non importava se le accuse fossero solide o fragili. Bastava l’impatto mediatico.
Così Antonio Caridi trascorse oltre diciotto mesi in carcere da innocente.
Oggi le assoluzioni definitive sul piano sostanziale impongono una riflessione che va oltre il singolo caso. Perché quando un uomo perde libertà, reputazione, carriera e dignità pubblica prima di essere giudicato, il problema non riguarda soltanto lui. Riguarda la qualità democratica di uno Stato.
Naturalmente la magistratura ha il diritto e il dovere di indagare. Ma proprio per questo servono contrappesi forti, istituzioni capaci di sottrarsi alla pressione del momento e di esercitare il dubbio come forma di responsabilità democratica.
Nel caso Caridi quei contrappesi non hanno funzionato. Il Parlamento fallì. La politica fallì. E una parte dell’informazione preferì il racconto spettacolare del “senatore della mafia” alla prudenza che ogni democrazia dovrebbe avere davanti alla libertà personale.
Le assoluzioni arrivate anni dopo restituiscono a Caridi l’innocenza processuale che gli spettava. Ma non potranno restituirgli il tempo perduto, la devastazione umana, la carriera spezzata.
E soprattutto non cancellano una domanda scomoda: quanti innocenti, nel nome del consenso e del giustizialismo, siamo stati disposti a sacrificare?