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TAURIANOVA (RC), SATURDAY 28 NOVEMBER 2020

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Spirlì non è tutta la Calabria I saraceni lo sapevano che non avevamo neanche una piccola lampada, che abitavamo nel deserto. Che già a quel tempo avevamo sete

Spirlì non è tutta la Calabria I saraceni lo sapevano che non avevamo neanche una piccola lampada, che abitavamo nel deserto. Che già a quel tempo avevamo sete

Di Michele Caccamo

I saraceni lo sapevano che non avevamo neanche una piccola lampada, che abitavamo nel deserto. Che già a quel tempo avevamo sete.
Che poi la Calabria sia stata da sempre animata da serpi, da uomini che parevano vivi, è anche storia contemporanea.
In ogni occasione abbiamo tirato il fiato sperando in un pacifico sviluppo. E abbiamo accettato i baroni così come gli ‘ndranghetisti. Perché noi siamo da sempre piegati e spezzati, siamo la parte modesta dell’umanità.
Ci hanno messo in faccia un timbro, un occhio incapace di vedere. Ognuno di loro sapeva come portarci la malattia.
La Calabria non ha mai avuto le orecchie verso il vento, è sempre stata colta di soprassalto. Così che ognuno di noi si è trovato nel cuore la paura. Ognuno di noi ha fatto credere di essere sbalordito dinnanzi al sopruso. Ma ci siamo abituati, sin da Garibaldi, alle zecche che teniamo ai polsi; a quello che sembra essere diventato un autismo sociale.
La Calabria non ha mai avuto una banda coraggiosa. Ha lasciato che ovunque rotassero i delinquenti.
Non ricordo nessuno che non fosse a quattro zampe in grado di dire: “Voglio andare via”; non ricordo nessuno capace di alzare il proprio orgoglio.
Il brigantaggio ha giustificato la ‘ndrangheta, il malaffare la sua sopravvivenza. E ne hanno approfittato -più complici che spaventati di distendere le ossa- tutti quanti. Hanno dilaniato il tessuto dell’economia, ricattando sfruttando qualsiasi attività; hanno massacrato la sanità per salvare il culo a qualche clinica sfiorita; hanno infognato di rifiuti pericolosi le nostre montagne.
La Calabria non ha nessuna natura, è solo un terra sfacciata. Oddio, fosse capace di alzarsi dal suo posto, dalla dittatura che subisce, avremmo un terremoto forte fino al cielo, che nessuno di noi sarebbe capace di veder restare neanche una persona.
La Calabria per una buona volta potrebbe impazzire; vomitare sopra alla carni ‘i porcu, a tutti quelli che l’hanno resa simile all’apparato del malaffare. Potrebbe puntellarsi, addolorarsi come è solita per il lutto.
Spirlì ha intuito che le campane che aveva messo intorno al suo castello sarebbero durate poco.
Ci ha provato, nel suo bene ha anche tentato di mettere il vuoto nel dolore, sperando così sparisse. Spirlì ha pensato fosse possibile un’altra pace, si è trovato nella guerra. L’accusa è che non riesce ad essere esplosivo, che forse questa potrebbe essere l’occasione per creare una nuova, prima, coscienza collettiva. Che ha, e abbiamo, un’opportunità forse unica: capire quanto male ci hanno portato quelli che abbiamo fatto entrare nelle nostre case, accogliendoli ossequiosi vuoi per paura vuoi nell’attesa di qualche favore di ritorno.
La Calabria è una discarica, chiunque ci mette le mani per trafugare. Lo fanno i malviventi, lo fanno i politici, lo fa lo Stato. Siamo riconosciuti inattivi e per derivazione schiavi; siamo soltanto degli abitanti statistici.
Spirlì ha la possibilità di farci capire che dobbiamo sbriciolare il cancro di questa terra. Lui, cane sciolto della politica, lo faccia, eviti di rimanere un burocrate.

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