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TAURIANOVA (RC), GIOVEDì 11 AGOSTO 2022

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Premio Sila ’49, al via l’edizione 2014

Ecco i dieci finalisti

Premio Sila ’49, al via l’edizione 2014

Ecco i dieci finalisti

 

 

E’ stata presentata ufficialmente oggi pomeriggio alla Libreria Ubik di Cosenza l’edizione 2014 del Premio Sila’49.

Il Direttore del premio Gemma Cestari, il Presidente della Fondazione Premio Sila Enzo Paolini, il Presidente della Giuria Amedeo Di Maio e lo scrittore Emanuele Trevi hanno illustrato “la Decina” dei libri in concorso per la sezione Letteratura e l’articolazione dell’Edizione 2014

Alla presentazione ha preso parte il comitato dei lettori selezionati tra gli utenti della Libreria Ubik, che avrà il compito di orientare, con il proprio parere, la Giuria nella selezione della “Cinquina” dei finalisti. Il lettori Ubik avranno tre mesi di tempo per inviare alla giuria il parere sui libri in concorso.

Il Premio ha la caratteristica di privilegiare le opere e la letteratura attente alla realtà e di rilievo civile, ha frequenza annuale ed è diviso in tre sezioni: Letteratura; Economia e Società; “Sguardo da lontano”, dedicato a saggi e opere realizzati da autori stranieri che abbiano ad oggetto il Mezzogiorno. La Giuria si riserva, inoltre, di anno in anno, la facoltà di assegnare premi speciali alla carriera e all’opera complessiva di autori che abbiano una significativa attinenza con i valori promossi dal Premio.

Anche quest’anno tra luglio e settembre si svolgeranno le presentazione dei singoli libri in concorso. La premiazione dei vincitori di tutte le sezioni del Premio Sila’49 avverrà il 22 novembre 2014.

“Quest’anno la Decina delle opere di narrativa in concorso – ha dichiarato Enzo Paolini, presidente della Fondazione Premio Sila’49 – è molto equilibrata; le opere raccontano uno spaccato dell’Italia che dà il senso della voglia di partecipazione alla vita sociale del Paese”.

Il presidente Amedeo Di Maio ha valorizzato la vocazione “sociale” del Premio. “Oggi più che mai dobbiamo vivere – – ha spiegato Di Maio – le tre culture: umanistica, sociale e scientifica; e il Premio Sila’46 con le sue tre sezioni interpreta a pieno l’evoluzione e il sentire della società contemporanea”.

Il compito di illustrare i dieci libri finalisti è spettato al critico letterario e giurato del Premio, Emanuele Trevi : “Il Premio sin dalla sua istituzione è stato in grado – ha concluso Trevi – di precorrere i tempi. Gli autori premiati non rappresentano le opere “di moda” in quel determinato periodo ma quasi sempre scrittori che hanno saputo cogliere un aspetto particolare e significativo della realtà, libri che non sono passati in una stagione ma che hanno fatto la storia”.

LA DECINA

1) Milena Agus – Luciana Castellina “Guardati dalla mia fame” – Nottetempo

2) Giorgio Falco “La gemella H” – Einaudi

3) Giovanni Greco “L’ultima madre” – Nutrimenti

4) Francesco Pecoraro “La vita in tempo di pace” – Ponte alle Grazie

5) Gilda Policastro “Sotto” – Fandango

6) Giulio Questi “Uomini e comandanti”- Einaudi

7) Luca Rastello “I Buoni” – Chiarelettere

8) Antonio Scurati “Il padre infedele” – Bompiani

9) Walter Siti “Exit Strategy” – Rizzoli

10) Benedetta Tobagi “Una stella incoronata di buio” Einaudi

Milena Agus – Luciana Castellina “Guardati dalla mia fame” – Nottetempo

È forse la prima volta che un avvenimento, in questo caso un efferato delitto, viene raccontato in uno stesso libro da due voci contrapposte che entrano nella pelle della vittima o dell’aggressore. Nella Puglia del dopoguerra, terra di passaggio dove si incontrano reduci, transfughi, tedeschi e alleati, in occasione di un comizio di Giuseppe Di Vittorio, politico e sindacalista, avviene un linciaggio. Milena Agus e Luciana Castellina entrano nei fatti, ciascuna con la propria passione e la propria ragione, minuziosamente documentate. Milena Agus penetra nel palazzo delle vittime, e le ricrea con la sua smagliante e amorosa immaginazione, mentre Luciana Castellina ricostruisce la storia di quegli anni, assai poco nota, e le circostanze che fecero di una folla di poveri braccianti e delle loro donne dei feroci assassini: una all’interno, l’altra all’esterno, in due superfici che si toccano senza conoscersi, il palazzo e la piazza, e che quando vengono a contatto, esplodono.

Giorgio Falco “La gemella H” Einaudi

La voce de La gemella H non è solo quella di Hilde: è un crepaccio che inghiotte le parole di tutti. La storia comincia nel 1933, a Bockburg, cittadina bavarese, dove nascono le gemelle Hinner, Hilde e Helga. Il padre Hans dirige il giornale locale, e spinto dall’ambizione vive sino in fondo gli anni del Terzo Reich, qui narrati da una prospettiva del tutto inedita: la merce. I debiti per la casa, la rincorsa all’automobile lussuosa, l’appropriazione della villetta del vicino ebreo, che dà inizio a una seria di speculazioni immobiliari, prima in Germania poi in Italia. Dal bagnino della piscina di Merano alle commesse della Rinascente nel dopoguerra milanese, fino alle sonnolenti stagioni balneari della Riviera romagnola, il racconto di «due mondi che si uniscono per sempre».

La storia di tre generazioni della famiglia Hinner, che dalla Germania di Hitler arriva all’Italia dei giorni nostri. A parlare è Hilde, testimone della sua stessa esistenza, ribelle inerte nel mondo progettato dal padre, dai padri. La sua voce, ora laconica ora straripante, narra ottant’anni di vicende private intimamente intrecciate al Novecento, «all’alba dei grandi magazzini», al turismo di massa, all’ossessione del corpo. Fino a innescare un cortocircuito che fa esplodere il nostro presente, denudandolo come mai prima era stato fatto. Se I Buddenbrook ripercorreva la decadenza di una famiglia tedesca dell’Ottocento, La gemella H non può che registrare il giornaliero «assecondare il flusso di eventi travestiti da soldi» di una famiglia ossessionata dai beni e compromessa con il Male. Decisa a dimenticare, pur di salvarsi.

Giovanni Greco “L’ultima madre” Nutrimenti

Le vite degli individui sono rette parallele che s’incontrano all’infinito, in un orizzonte illusorio, sono impulsi che corrono avanti e indietro, s’inseguono, talora s’intravedono o si sognano reciprocamente, più spesso si mancano.
María è una mite casalinga di un barrio povero di Buenos Aires, vedova di un muratore di origini italiane. Gli uomini che hanno preso il potere in Argentina hanno fatto sparire i suoi due figli, i gemelli Pablo e Miguel, insieme a tante altre persone dissolte nel nulla. María cerca una risposta, vuole la verità, e per questo viene imprigionata, torturata, esiliata. La sua vicenda si sovrappone a quella di Mercedes, figlia e moglie di due militari di quella giunta che reprime nel sangue ogni forma di opposizione. Anche Mercedes è madre di due gemelli, Nacho e Mari. I bambini le sono stati consegnati alla nascita, figli di un’attivista politica arrestata e poi scomparsa. Sono cresciuti in una famiglia che non è la loro, all’oscuro di tutto.
Nato come spettacolo sul tema dei desaparecidos, frutto di un’inchiesta condotta sul campo a Buenos Aires, L’ultima madre è un potente affresco ispirato ai grandi romanzi della letteratura sudamericana: destini che procedono asimmetrici nel tempo e nello spazio, ma indissolubilmente intrecciati, personaggi che appaiono a un angolo di strada o svaniscono senza lasciare traccia, che si ergono a divinità del male, mutano pelle come serpenti, impazziscono, frugano disperatamente nei bassifondi dell’animo alla ricerca della propria identità. Quell’identità negata a molti negli anni bui della dittatura e che solo alcuni hanno potuto recuperare grazie al lavoro straordinario delle nonne di plaza de Mayo.
Giovanni Greco racconta l’oltraggio con una lingua meticcia, che dà forma plastica all’oralità, muovendosi in un arco di tempo che va dall’Argentina degli anni Settanta ai nostri giorni, ma che affonda le radici nella storia europea del Novecento (l’Italia dei migranti, i campi di concentramento nazisti, i moti studenteschi parigini, la caduta del muro di Berlino), tra violenza di stato e realismo magico, tra aneliti di rivolta e voluttà del tango.

Francesco Pecoraro – “La vita in tempo di pace” – Ponte alle grazie

L’ingegner Ivo Brandani è sempre vissuto in tempo di pace. Quando il libro comincia, il 29 maggio 2015, Ivo ha sessantanove anni, è disilluso, arrabbiato, morbosamente attaccato alla vita. Lavora per conto di una multinazionale a un progetto segreto e sconcertante, la ricostruzione in materiali sintetici della barriera corallina del Mar Rosso: quella vera sta morendo per l’inquinamento atmosferico. Nel limbo sognante di un viaggio di ritorno dall’Egitto, si ricompongono a ritroso le varie fasi della sua esistenza di piccolo borghese: la decadenza profonda degli anni Duemila, i soprusi e le ipocrisie di un Paese travolto dal servilismo e dalla burocrazia, il sogno illusorio di un luogo incontaminato e incorruttibile, l’Egeo. E poi, ancora indietro nel tempo, le lotte studentesche degli anni Sessanta, la scoperta dell’amore e del sesso, fino ad arrivare al mondo barbarico del dopoguerra, in cui Brandani ha vissuto gli incubi e le sfide della prima infanzia. Chirurgico e torrenziale, divagante e avvincente, “La vita in tempo di pace” racconta, dal punto di vista di un antieroe lucidissimo, la storia del nostro Paese e le contraddizioni della nostra borghesia: le debolezze, le aspirazioni, gli slanci e le sporcizie, quel che ci illudevamo di essere e quel che alla fine, nostro malgrado, siamo diventati.

Gilda Policastro “Sotto” Fandango

Alba e Camilla condividono l’aspirazione a una carriera universitaria, ma devono scontrarsi con le logiche dei superiori, oltre che coi drammi grandi e piccoli dell’esistenza privata. La prima è più giovane, ha un talento inespresso, una certa svagatezza esistenziale. Il suo fascino sta nell’irresolutezza, nella fragilità fisica accompagnata a un’intelligenza malinconica, nell’ambizione frenata dalle debolezze sensuali. L’altra ha passato i trent’anni, è una madre con le forme da pin-up e i capelli fiammeggianti: in lei la determinazione feroce diventa arma di seduzione compulsiva e al tempo stesso di autodistruzione. L’incontro con Ludwig, il professore a fine carriera, è per entrambe l’ingaggio di una competizione fatale: tra di loro e per la conquista di un potere inafferrabile.

Sotto è il luogo ideale dell’ambiguità e della disperazione: una storia di rivalità indotte e di crudeltà inflitte e subite, nel segno della narrazione senza freni, della esplorazione libera delle passioni, dello svelamento delle meschinità dei rapporti umani. Con questo secondo romanzo Gilda Policastro percorre i lati più impalpabili e oscuri dell’autorità e del dominio con uno stile estremo e fuori dal comune che la colloca tra gli scrittori più inconfondibili dei suoi anni.

Giulio Questi “Uomini e comandanti” Einaudi

Questo libro è una specie di miracolo: pensavamo di aver già letto la migliore letteratura sulla Resistenza, quella scritta dai diretti protagonisti, ma non avevamo ancora scoperto la voce viva, limpida, smaliziata e potente dei racconti di Giulio Questi. Ex partigiano poi regista di culto, oggi novantenne film-maker di cortometraggi che spopolano in rete, Giulio Questi ha partecipato giovanissimo alla guerra di liberazione tra Val Seriana e Val Brembana, e di quell’esperienza ha scritto nell’immediato dopoguerra dando vita a racconti portentosi, crudi e umanissimi, veramente folgoranti, amati tra gli altri da Elio Vittorini, che li pubblicò sul «Politecnico». Su quei temi l’autore è tornato cinquant’anni dopo, a completare una raccolta che vede ora per la prima volta la luce. In mezzo, tutta una vita piena di incontri e avventure, ma soprattutto di cinema: attore, sceneggiatore e regista, negli anni Sessanta ha girato Se sei vivo spara, uno spaghetti-western poi osannato da Enrico Ghezzi e Quentin Tarantino, in cui l’esperienza resistenziale trova un’originalissima trasfigurazione. Con uno sguardo «fenogliano» (proprio con Fenoglio, poco prima della sua morte, Giulio Questi stava ragionando su una trasposizione cinematografica di Una questione privata), questi racconti ci restituiscono tutta la complessità di una scelta morale, vitale e violenta insieme, riuscendo a mescolare magistralmente realismo e visionarietà. La Resistenza di Giulio Questi è lontana da ogni retorica: nelle sue storie a volte feroci, ma sempre accese dall’ironia e dall’intelligenza, la guerra e la giovinezza si sovrappongono in una grande avventura che comprende il terrore e la sconsideratezza, il coraggio, la dignità, la fame, il freddo, la casualità dei gesti e l’impellenza dei desideri. Ma ci sono anche racconti onirici, d’indagine psicologica, che trascinano il lettore nel tempo e nello spazio, fin nella Colombia di Gabriel García Márquez, continuando in fondo a raccontare i fantasmi dell’animo umano, le sue crepe e anche la sua inesauribile vitalità.

Luca Rastello “I buoni” Chiarelettere

I BUONI lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano «progetti», il loro dio è la legalità. A guidarli c’è don Silvano. Lui è l’uomo santo con il maglione consumato e lo sguardo sofferente che predica sulla strada e nel palazzo, vicino agli ultimi e ai politici, alle rockstar, ai galeotti e ai magistrati. È nel suo tempio che approda Aza, ragazzina dei cunicoli, esile e fortissima, scampata a un passato di fogna e violenza con la forza dell’ambizione: a lei Silvano onnipotente ha concesso una lingua nuova, una casa, una carriera, persino un amore. Le ha dato la vita. Pazienza allora se il tempio è cartongesso, se la lotta è solo nei toni con cui si pronunciano parole di conciliazione: Aza dovrà tenere stretta la corda che la lega a don Silvano fino a scorticarsi le mani. Anche quando, attorno, ogni cosa comincia a precipitare. Luca Rastello ha scritto un romanzo lucidissimo e feroce, capace di mettere a fuoco ciò che è sotto i nostri occhi e che pure – per negligenza o istinto di conservazione–non vogliamo vedere. Ma non c’è retorica che possa reggere alla verità della letteratura. E a sentirci scoperti, alla fine, siamo noi: il nostro bisogno di convivere con il male fingendo di combatterlo, la necessità di accettare un mondo che ci stritola, abitandolo sotto anestesia.

Antonio Scurati “Il padre infedele” Bompiani

“Forse non mi piacciono gli uomini.” Il giorno in cui tua moglie, all’improvviso, scoppia a piangere in cucina, è una piccola apocalisse. Uno di quei giorni in cui la tua vita va in frantumi ma giunge, anche, per un attimo, a dire se stessa. E allora Glauco Revelli, chef di un ristorante blasonato, maschio di quaranta anni, padre di una figlia di tre, va alla ricerca della propria verità di uomo. Dall’ingresso nell’età adulta, l’innamoramento, la costruzione di una famiglia, la nascita e l’accudimento di una figlia, fino al disamore della moglie (che gli si nega dal momento del parto) e al ritorno feroce degli insaziabili demoni del sesso, tutto è passato in rassegna dal suo sguardo implacabile e commosso. Con “Il padre infedele” Antonio Scurati scrive il suo libro più personale, infiammato dal tono accorato della confessione e, al tempo stesso, il romanzo dell’educazione sentimentale di una generazione.

Walter Siti “Exit Strategy” Rizzoli

“Come se ne esce?” è la domanda che risuona più spesso in questi anni. Non solo dalla crisi economica ma dalla paralisi politica e istituzionale, e anche da quella vocazione al consumo superfluo e al piacere pronto-cassa che dopo aver caratterizzato gli anni ruggenti del berlusconismo rischia ora di lasciare sul campo tanti smarriti e depressi. In questo romanzo che seziona i giorni come un diario, Siti affronta la questione partendo da un’esperienza personale: racconta la propria uscita da un’ossessione erotica che sembrava eterna, e la propria conversione a qualcosa che sembra rappresentare il suo contrario, dal cielo drogato dei corpi artificiali alla terra di un amore umano troppo umano. A fare da contrappunto ci sono i capitoli della berlusconiade: dal sole in tasca al mesto tramonto, dal tintinnio delle farfalline al cane Dudù. Ritratto spietato dell’immobile frenesia italiana e insieme sincera autoanalisi di un tentativo di liberazione (con un simbolico trasloco da Roma a Milano e un addio altrettanto simbolico al mondo dei reality), il libro non offre ricette miracolose ma suggerisce che una via d’uscita esiste, almeno nel privato, e che le ossessioni si possono, se non sconfiggere, almeno addomesticare. “Exit strategy” è un romanzo che vive la vita del protagonista e dell’autore permettendo a chi legge un percorso di analogia chiudendo il cerchio della Trilogia autobiografica con un’ultima disperata tentazione: la serena, responsabile misura.

Benedetta Tobagi “Una stella incoronata di buio” Einaudi

Manlio lavora in fabbrica fin da ragazzo; Livia studia per diventare insegnante. Quando si incontrano e si innamorano, decidono di condividere tutto: leggono e studiano insieme, insieme discutono di politica, viaggiano, ridono, lottano. Anche la mattina del 28 maggio 1974, in piazza della Loggia, sono insieme. Per puro caso, però, quando la bomba scoppia, Manlio sopravvive. Livia no. Livia muore con i loro migliori amici, Clem e Alberto, anche loro insegnanti, anche loro giovani impegnati in politica. Perdono la vita altre cinque persone, «non vittime, ma caduti consapevoli» che quella mattina di pioggia si ritrovano in piazza per il loro impegno antifascista. Da quel giorno, per Manlio Milani inizia una seconda vita tra aule di tribunali, aspettando una giustizia che non è mai arrivata, collezionando frammenti di una verità sempre incompleta. Benedetta Tobagi (il cui padre è stato ucciso il 28 maggio 1980, esattamente sei anni dopo la strage di Brescia) decide di sedersi accanto a Manlio, per provare, udienza dopo udienza, a raccontare la sua storia e quella di chi, come lui, ha vissuto quell’intensa stagione di lotte politiche e di risate, di discussioni estenuanti e di scioperi, di serate fra amici, di bombe e sotterranei tentativi di golpe. Di paura e speranze. E quando trentasei anni dopo ascolta con Manlio l’ennesima sentenza di assoluzione: «Tutti assolti per non aver commesso il fatto», capisce cosa vuol dire provare rabbia e impotenza verso chi ha nascosto e manipolato la verità. Con sguardo lucido e partecipe, l’autrice compie un viaggio nei misteri recenti della storia italiana, rivisitando il capitolo rimosso della violenza neofascista, pronta, ancora una volta, a cercare di capire cosa furono quegli anni e a fare in modo che una strage non si riduca semplicemente a un luogo e una cifra: il numero dei morti. Una strage è l’incontro con il male. Necessario è dunque continuare a interrogarsi su come è possibile sopravvivere alla ferita dell’ingiustizia che si somma alla violenza, e al senso di colpa che tormenta, paradossalmente, i sopravvissuti ma non i carnefici.

La storia del Premio Sila, le giurie, i premiati dal 1949

“E’ stato costituito per iniziativa di uomini di cultura calabresi e col contributo degli Enti Provinciali del Turismo per la Provincia di Cosenza e di Catanzaro, della Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania e di altri Enti locali un premio letterario annuale intitolato alla Sila.

Il premio letterario della Sila, di un milione di lire, sarà assegnato in settembre alla migliore opera letteraria uscita nell’anno. Sarà preferita dalla Giuria, presieduta da Leonida Répaci e composta da insigni uomini di lettere, l’opera (romanzo, racconto, poesia, teatro, storia, saggio) che illustri l’Italia Meridionale e la Calabria in particolare nel suo genio, nel suo sentimento, nella sua psicologia, nella sua struttura sociale.”

Così un trafiletto apparso sulla “Parola Socialista” nel febbraio del 1949 annunciava la fondazione di un fatto culturale nuovo nella città di Cosenza. Nella città di Telesio, definita da Piovene “l’Atene calabrese”, sede dell’ancora attiva Accademia Cosentina, luogo dove “la cultura è endemica, capace di rifiorire”, nasceva il Premio Sila, dall’intuizione e dalla volontà dei suoi fondatori: Raffaele Cundari, Mauro Leporace e Giacomo Mancini.

Cosenza nel secondo dopoguerra era una città ferita ma viva, ricca di fermenti politici e di spinte ideali che il ventennio fascista aveva solo sopito, pronte a manifestarsi attraverso l’attivismo e la vivacità di intellettuali e politici decisi a intervenire nel processo di rinascita della nazione e a riportare, da protagonista, la Calabria nel dibattito culturale nazionale.

L’istituzione di un premio letterario era il frutto di una attenta riflessione sulla situazione complessiva della cultura italiana e aveva l’obiettivo di dare delle risposte e di offrire delle vie d’uscita alla generale decadenza prodotta dal fascismo. Il premio si proponeva di “aiutare, stimolare, incoraggiare, promuovere un’arte nuova ed una cultura nuova che trovi la sua ispirazione nel conflitto spirituale ed ideologico moderno e lo superi agganciandosi e protendendosi verso l’avvenire e verso le concezioni di un mondo migliore”.

Lo scopo e le ambizioni del Sila furono, da subito, quelle di andare oltre la sola diffusione della cultura letteraria, e di fare del Premio “il generatore di nuovi bisogni culturali, e di nuove risposte ai bisogni di sempre, proiettato, dunque, non verso il passato o un presente sterile, ma verso un futuro che registri la creazione cosciente di un mondo migliore da parte dell’uomo”.

Fortemente connotato dall’orientamento socialista e progressista dei suoi fondatori, il Sila nacque con la volontà forte di lanciare un segnale di trasformazione culturale e di promozione della vivacità intellettuale calabrese, da giocarsi su un piano di confronto nazionale ed europeo.

Per la prima edizione venne chiamato a presiedere la Giuria il letterato calabrese Leonida Répaci, animatore culturale del Premio Viareggio, che, ben lieto di operare nella sua terra e di affrontare una nuova avventura intellettuale, lavorò alla costruzione di una giuria del premio di altissimo valore intellettuale, ricca di significative personalità protagoniste del dibattito culturale dell’epoca, basti ricordare tra loro Carlo Levi, Concetto Marchesi, Corrado Alvaro, Luigi Russo.

Il Premio nell’ottobre del 49 fu assegnato, dopo il garbato rifiuto di Luigi Sturzo, ex aequo a Guido Dorso e a Adolfo Omodeo.

Sin dal suo esordio il Sila si segnalò come manifestazione intellettuale di alto profilo, che ebbe vasta eco nella stampa nazionale e durante la quale si produssero eventi significativi, come la conferenza di Giacomo De Benedetti su Alfieri e quella di Carlo Muscetta su Padula.

La storia del Premio Sila è complessa e discontinua, dopo la prima edizione ci vollero molti anni perché lo si riprendesse, il Premio seppe però rinascere e trovare vitalità, guadagnare spessore e significato, essere rivoluzionario e anticonvenzionale. Fu contestato e fu luogo di accese discussioni tra giurati, ma seppe guardare al tempo che viveva, facendo autocritica, rigenerandosi, ridefinendo nel corso delle edizioni le sue modalità senza mai abbandonare i suoi obiettivi primari.

Per avere un quadro storico completo, rimandiamo all’ottimo saggio di Tobia Cornacchioli e Maria Tolone, Il Premio Sila, Cosenza, 1997, Pellegrini Editore.

Di seguito una cronistoria delle edizioni del premio e dei vincitori.

Edizione 1960

Il Sila è organizzato dalla Deputazione di Storia Patria per la Calabria, sotto la guida di Antonio Guarasci. Vince lo storico calabrese Umberto Caldora con il volume Calabria Napoleonica (1806-1815), Napoli, Fiorentino, 1960.

Edizione 1966

Il Premio, ripreso dai promotori, ritrova le sue ragioni originarie. Tre le sezioni: Narrativa, saggistica, con particolare riguardo nei confronti di opere sulla Calabria, giornalismo.

Della Giuria fanno parte: Giuseppe Ungaretti: presidente; Luigi Baldacci; Carlo Bo; Michele Cozza; Enrico Falqui; Antonio Guarasci; Mauro Leporace; Walter Pedullà; Aurelio Roncaglia; Giuseppe Selvaggi; Raffaele Cundari, segretario.

Vince per la narrativa Saverio Strati con Il nodo e Gente in viaggio; per la saggistica Vincenzo Saletta con Storia di Cassano Ionio; per il giornalismo Caterina Lelj per un articolo su Taverna e Mattia Preti.

Edizione 1967

Della Giuria fanno parte Giuseppe Ungaretti: presidente; Luigi Baldacci; Carlo Bo; Michele Cozza; Enrico Falqui; Antonio Guarasci; Mauro Leporace; Walter Pedullà; Ernesto Pontieri; Aurelio Roncaglia; Giuseppe Selvaggi; Raffaele Cundari, segretario.

Vince per la narrativa Renzo Rosso, con il volume di racconti Sopra il museo della Scienza; per la saggistica Francesco Compagna con il volume La politica della città; per il giornalismo Domenico Zappone, con un articolo apparso sulla terza pagina del “Tempo”.

Edizione 1968

La Giuria presieduta da Giuseppe Ungaretti premia per la narrativa Luigi Malerba con Salto Mortale; per la saggistica Francesco Spezzano con il volume La lotta politica in Calabria; un premio speciale va a Ferdinando Virdia per una monografia su Ignazio Silone.

Edizione 1969-1970

Cambiano alcuni membri della Giuria, Ungaretti lascia per gravi motivi di salute, mancano anche Francesco Compagna e Ernesto Pontieri, mentre entrano a farne parte Nicolò Gallo, Angelo Guglielmi, Geno Pampaloni e Rosario Villari.

Vince per la narrativa Leonida Répaci, con il romanzo Tra guerra e rivoluzione; per la saggistica Giorgio Candeloro con il quinto volume della Storia dell’Italia Moderna; per il giornalismo Gaio Fratini per l’articolo Il veliero della Sila, apparso sulla “Voce Repubblicana”.

Viene istituito un premio speciale per il centenario di Nicola Misasi, assegnato a Pietro De Seta per il volume Nicola Misasi e il movimento romantico-verista di Calabria.

Edizione 1970-1971

Della Giuria fanno parte; Carlo Bo, presidente; Michele Cozza; Enrico Falqui; Niccolò Gallo; Antonio Guarasci; Mauro Leporace; Geno Pampaloni; Walter Pedullà; Angelo Maria Ripellino; Giuseppe Selvaggi; Rosario Villari; Raffaele Cundari, segretario.

Per la narrativa vincono -ex aequo- Loris Jacopo Bonomi con Miserere Dei e Rossana Ombres con Principessa Giacinta, per la saggistica Roberto Guiducci con Marx dopo Marx, per la saggistica meridionale Gaetano Cingari con Mezzogiorno e Risorgimento, per il giornalismo Egidio Sterpa per gli articoli apparsi sul Corriere della Sera aventi come oggetto la Calabria e, in particolare, per un articolo sulla Sila.

Edizione 1973

Della Giuria fanno parte; Carlo Bo; Michele Cozza; Raffaele Cundari; Enrico Falqui; Fausto Fonzi; Pietro Garofalo; Antonio Guarasci; Mauro Leporace; Geno Pampaloni; Walter Pedullà; Angelo Maria Ripellino; Giuseppe Selvaggi e Rosario Villari.

Per la sezione narrativa vince Giuliano Gramigna con L’empio Enea, per la sezione saggistica Romeo De Maio con il volume Società e vita religiosa a Napoli nell’Età Moderna (1656-1799), per la sezione saggistica meridionale Atanasio Mozzillo con Cronache della Calabria in guerra (1806-1811). Premio speciale assegnato a Michele Pantaleone per le opere Il sasso in bocca. Mafia e cosa nostra e L’industria del potere nel regno della mafia. Viene inoltre conferita una medaglia d’oro (offerta dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro) all’editore catanzarese Guido Mauro e ottiene una segnalazione di merito il periodico cosentino “Chiarezza” diretto da Luigi Gullo.

Edizione 1974

Il Premio, dopo lunghe riflessioni e dibattiti, si rinnova nelle modalità di selezione delle opere. In particolare, per la sezione “opera prima narrativa”, la Giuria composta da Carlo Bo, Umberto Caldora, Michele Cozza, Raffaele Cundari, Fausto Fenzi, Enrico Maria Forni, Pietro Garofalo, Antonio Guarasci, Geno Pampaloni, Walter Pedullà, Angelo Maria Ripellino, Giuseppe Selvaggi, Rosario Villari, chiede, attraverso una lettera inviata ai responsabili di scuole, circoli di cultura, facoltà universitarie, un parere sulle tre opere selezionate e invita questa giuria popolare e giovanile a partecipare ad un pubblico dibattito per esprimersi in una pubblica riunione.

Per la sezione narrativa il Premio va a Francesco Burdin per Marzo è il mese più crudele, per la saggistica a Luigi De Rosa per Rivoluzione industriale in Italia e nel Mezzogiorno, per le tradizioni calabresi a Ottavio Cavalcanti per Conocchie di Calabria, per la saggistica calabrese il premio va a Corrado Bozzoni per Calabria Normanna.

Il premio per l’opera prima di narrativa, deciso dalla giuria popolare, va a Franco Cordelli per Procida.

Edizione 1975

La Giuria, in questa edizione, è composta da: Piero Ardenti, Walter Binni, Umberto Caldora, Michele Cozza, Raffaele Cundari, Enrico Maria Forni, Pietro Garofalo, Mauro Leporace, Geno Pampaloni, Walter Pedullà, Giuseppe Selvaggi, Rosario Villari. Il Presidente del Comitato Promotore è Giacomo Mancini.

Vince per la narrativa Mario La Cava con I fatti di Casignana, per la saggistica Giancarlo Cataldi con uno studio sulla piana di Giioia Tauro.

Sono due i premi “opera prima” assegnati con la giuria popolare, vince Piero Flecchia con La battaglia della pigna dorata e Mariano D’antonio con Sviluppo e crisi del capitalismo italiano dal 1951 al 1972. Il premio per la saggistica calabrese è assegnato a Domenico Luciano per il Saggio d’economia campestre. Un premio speciale viene inoltre attribuito a Franco Basaglia e a Franca Basaglia Onagro “per la passione civile e politica che anima la loro attività di operatori culturali e sociali.”

Edizione 1976

La Giuria è composta da: Carlo Bo, Piero Ardenti, Walter Binni, Michele Cozza, Raffaele Cundari, Enrico Maria Forni, Pietro Garofalo, Pasquino Crupi, Mauro Leporace, Geno Pampaloni, Walter Pedullà, Giuseppe Selvaggi, Rosario Villari. La vasta giuria popolare che affianca i giurati “togati” sceglie per la narrativa l’opera di Domenico Cupparo Il retroscena, per la saggistica premia Renato Rozzi per Psicologi e operai. Il premio per la saggistica meridionalista va a Sharo Gambino per La mafia in Calabria. Per la narrativa viene premiato Cesare Lanza con Nenè e viene premiato alla memoria il filosofo antifascista Eugenio Colomi, per i suoi Scritti.

Edizioni 1977-1992

Durante questo periodo alla presidenza del Comitato Promotore del Premio c’è sempre Giacomo Mancini, mentre alcuni membri della giuria lasciano ed altri entrano a farne parte, tra questi: Nino Borsellino, Piero Burzomati, Diego Carpitella, Franco Gaeta, Rossana Ombres, Enzo Siciliano, Claudio Rotella, Franco Crispini, Renato Minore, Domenico Petrocelli, Donato Valli, Pierrette Gullo Posteraro, Giuseppe Alvaro, Luigi M. Lombardi Satriani, Dante Della Terza, Antonio Landolfi, Antonio Piromalli.

1977: vince i premio per la narrativa Antonio Debenedetti, con In assenza del signor Plot, il premio per l’opera prima va a Vincenzo Cerami per Un borghese piccolo piccolo. Premio per la saggistica a Giuseppe Alvaro per La spirale del sottosviluppo, vincono per la saggistica calabrese e per l’opera prima Eugenio Musolino con Quarant’anni di lotte in Calabria e Santi Fedele con la Storia della concentrazione antifascista. Un riconoscimento speciale va a Fortunato Seminara.

1978: vince il premio per la narrativa Aldo Rosselli con La trasformazione, il premio per l’opera prima va a Gianfranco Di Poi con Un anno in Romania. Premio per la saggistica a Gabriele De Rosa per la biografia di

Luigi Sturzo, per la saggistica meridionalistica a Francesco Renda per I Fasci siciliani 1892-1894, per la saggistica calabrese e per l’opera prima vincono Italo Falcomatà con Giuseppe de Nava. Un conservatore riformista meridionale e Alberto Clemente con Abitazione ed attrezzature collettive. Ipotesi per una progettazione integrata.

1979: vince il premio per la narrativa Giuseppe Pontiggia con Il giocatore invisibile, il premio per l’opera prima va a Silvana Castelli con La pitonessa. Premio per la saggistica a Giuseppe Galasso per Passato e presente del meridionalismo.

1980: vince il premio per la narrativa Franco Cordelli con Le forze in campo. Premio per la saggistica a Ercole Sori per L’emigrazione italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale e a Gualtiero Harrison per Nelle mappe della Calabria. Scorribande antropologiche. Premio speciale ad Antonello Trombadori per la sua opera poetica.

1981: vince il premio per la narrativa Vittorio Sermonti con Il tempo fra cane e lupo. Premio per la saggistica a Piero Bevilacqua con Le campagne del Mezzogiorno fra fascismo e guerra.

1982: vince il premio per la narrativa Piero Sanavio con Caterina Cornaro in abito da cortigiana. Premio per la saggistica a Renato Cavallaro per Storie senza storia e Fortunata Piselli per Parentela e emigrazione.

1983: vince il premio per la narrativa Italo Alighiero Chiusano con La derrota. Premio per la saggistica a Gaetano Cingari per Storia della Calabria dall’Unitò ad oggi.

Viene inaugurato il Premio Gullo.

1984: vince il premio per la narrativa Ottiero Ottieri con I due amori. Premio per la saggistica a Luigi M. Lombardi Satriani e Mariano Meligrana per Un villaggio nella memoria.

1985: vince il premio per la narrativa Carmelo Samonà con Il custode. Premio per la saggistica a Arnaldo Somigliano per il volume Settimo contributo alla storia e agli studi classici e del mondo antico. Premio speciale agli storici Piero Bevilacqua ed Augusto Placanica per il volume La Calabria edito da Einaudi nella Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi.

1986: vince il premio per la narrativa Giorgio Prodi con Lazzaro. Premio per la saggistica a Giorgio Ruffolo per La qualità sociale.

1987: vince il premio per la narrativa Giuseppe Cassieri con Diario di un convertito. Premio per la saggistica a Luciana Martinelli per I segni e il vuoto, premio speciale della Giuria a Giovanni Franzoni per Il diavolo mio fratello, il premio intestato al prof. Pietro Garofalo per l’editoria calabrese viene assegnato alla Casa Editrice Rubbettino.

1988: vince il premio per la narrativa Laura Grimaldi con Il sospetto. Premio per la saggistica a Franco Mosino per Storia linguistica della Calabria. Il Premio Garofalo per l’editoria viene assegnato all’editore Gangemi, il premio speciale della Giuria va alla Comunità Saman in omaggio alla memoria di Mauro Rostagno.

1989: il premio per la narrativa va a Leonardo Sciascia per il volume postumo Una storia semplice. Premio per la saggistica a Marta Petrusewicz per Latifondo. Economia morale e vita materiale in una periferia dell’Ottocento. Riconoscimento speciale allo storico Coriolano Martirano per la biografia di Telesio.

1990: vince il premio per la narrativa Mario Tobino con Il manicomio di Pechino. Premio per la saggistica a Giorgio Bocca per La disUnità d’Italia. Vengono poi assegnati i premi speciali: per l’ambiente e l’urbanistica a Fernando Maglietta per Progettare l’immagine; per la ricerca in Calabria a Giovanni Sole per I Santi di Bocchigliero. Storia di un movimento eretico. Il premio speciale della Presidenza va a Marta Marzotto per Una finestra su Piazza di Spagna.

1991: vince il premio per l’opera letteraria lo scomparso scrittore Ignazio Silone, per l’opera postuma Il fascismo, origini e sviluppo. Premio per la saggistica a Giorgio Galli per I partiti politici italiani, e a Renate Siebert per E’ femmina però è bella. Il premio per il giornalismo viene assegnato a Pantaleone Sergi di Repubblica, per La “Santa” violenta, per l’antropologia a Ottavio Cavalcanti per Ori antichi di Calabria.

1992-93: vince il premio per la narrativa Michele Prisco con Terre Basse e per l’opera prima Luciano Lusi con Le mani nel sacco. Per la saggistica vince Adriano Ossicini con Il colloquio con don Giuseppe de Luca. Dalla Resistenza al Concilio Vaticano II. Vengono assegnati i premi speciali: per la saggistica storica contemporanea a Vittorio Cappelli per Il fascismo in periferia; per la ricerca storica in Calabria a Francesco Volpe per Calabria. Storia e cultura (1815-1922). Il Comitato Promotore attribuisce un premio per la saggistica calabrese a Francesco Kostner per Terremoti in Calabria, e un premio per l’editoria calabrese a Fausta Caputo, in ricordo della “Cronaca di Calabria”. Un Premio Sila è assegnato a Michele Cozza per il pamphlet Riformiamo il riformismo.

1949 – 2012 rinasce il Premio Sila

Nel 1949 veniva istituito il Premio Sila, per rispondere alla necessità di ricostruzione culturale, di rinascita materiale e intellettuale di una Italia e di una Calabria uscite dalla guerra e dal ventennio fascista.

Nel maggio del 2010, nella città di Cosenza, per iniziativa di Banca Carime nella persona del suo Presidente Andrea Pisani Massamormile, dell’Arcivescovo di Cosenza Mons. Salvatore Nunnari e dell’Avvocato Enzo Paolini, è stata costituita la Fondazione Premio Sila allo scopo di avviare una nuova fase del prestigioso premio che vide le sue ultime edizioni negli anni novanta.

Il Sila, tra i primi premi letterari italiani in ordine di nascita (il Bagutta nasce nel ’27, il Viareggio nel ’29) collocò, sin dalle sue prime edizioni, la Calabria nei circuiti culturali nazionali e nel vivo del dibattito tra correnti letterarie, scoprendo talenti e coinvolgendo nelle Giurie personalità del calibro di Giuseppe Ungaretti, Carlo, Bo, Luigi Russo, Leonida Répaci. Carlo Levi, Geno Pampaloni, Rosario Villari, Enzo Siciliano, Angelo Guglielmi.

Il nuovo Premio Sila ’49 vuole riprendere le fila di un discorso interrotto per stimolare, in un periodo storico complesso e difficile, la ricostruzione di un tessuto sociale attraverso percorsi culturali che richiedono attenzione, sensibilità e partecipazione.

Oggi più che mai vogliamo ribadire il primato della cultura, della conoscenza, dell’esercizio dello spirito critico.

Dalla sua nascita, avvenuta nel lontano 1949, il Premio Sila ha sempre rappresentato qualcosa di più di un semplice concorso letterario. I fondatori pensarono di offrire con l’istituzione del premio una risposta alla domanda e al bisogno di ricostruzione, anche culturale, che proveniva da vasti settori della società calabrese.

Fu una risposta sia all’ansia di rinascita materiale e intellettuale che all’esigenza di ricostruire, rinnovandoli, vecchi circuiti politici e culturali; fu il tentativo, riuscito, di individuare nuove forme di elaborazione e circolazione delle idee che non tenessero fuori dai confini della Calabria la nuova cultura che riprendeva vita e germogliava rigogliosa in Italia e in Europa.

Già allora si avvertiva la necessità di connettere la dimensione locale alla complessità di un globale percepito, con acume, come termine di riferimento imprescindibile. Una vicenda culturale complessa, che alimentando un forte dibattito, a volte dai toni aspri, riuscì a dialogare con chi lo criticava, in tal modo rigenerandosi e riuscì a interpretare le reali esigenze di partecipazione della società calabrese. Basti pensare

alle giurie popolari di studenti e lavoratori che affiancarono per un periodo quella degli esperti. Un premio letterario che guardava al tessuto sociale e politico fungendo da stimolo e catalizzatore per l’intera scena culturale.

Ancora oggi si avverte la necessità, tutt’ora impellente, di stimolare, in un periodo storico complesso e difficile, la ricostruzione di un tessuto sociale attraverso percorsi culturali che richiedono attenzione, sensibilità e partecipazione. Quanto di più possibile lontano dal modello televisivo imperante.

A tal fine,a partire dall’edizione 2012 del Premio Sila ’49, la prima dopo una lunga interruzione della manifestazione, si è inteso riprendere le fila di un percorso interrotto, rifacendosi alle sue coordinate originarie.

Il Premio, la cui caratteristica è di privilegiare le opere e la letteratura attenta alla realtà e di rilievo civile, prevede tre sezioni:

Letteratura

Economia e Società

“Sguardo da lontano”, dedicato a saggi e opere realizzati da autori stranieri che abbiano ad oggetto il Mezzogiorno.

La Giuria si riserva, inoltre, di anno in anno, la facoltà di assegnare premi speciali alla carriera e all’opera complessiva di autori che abbiano una significativa attinenza con i valori promossi dal Premio.

Il Premio collabora con la Libreria Ubik di Cosenza nella promozione della lettura e con la selezione di un comitato di lettori.

2012, Premio Sila ’49 – I edizione

Diversi appuntamenti hanno accompagnato la cerimonia di premiazione dei vincitori della prima edizione del Premio Sila ’49, che si è tenuta nella splendida cornice di Palazzo Arnone, sede della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, partner dell’evento insieme alla Provincia di Cosenza e alla Camera di Commercio, sabato 1 dicembre.

L’avvio è stato dedicato ai giovani, con una serie di incontri che hanno visto protagonisti gli attori del mondo della scuola:

nella mattinata di giovedì 29 novembre gli studenti delle scuole superiori hanno incontrato Andrea Mochi Sismondi, autore del libro “Confini Diamanti. Viaggio ai margini d’Europa, ospiti dei Rom”, edito da Ombre Corte. L’incontro, moderato da Franco Dionesalvi e organizzato in collaborazione con il Circolo Culturale Popilia, ha visto la partecipazione di esponenti della comunità rom locale che hanno dato vita ad un interessante dibattito con gli studenti intervenuti;

il giorno seguente, venerdi 30, con inizio alle ore 9.30, gli alunni delle scuole primarie hanno partecipato al laboratorio “A tutta poesia!”, condotto da Chiara Carminati, vincitrice del Premio Andersen 2012, che nel pomeriggio, dalle ore 15.30, ha proseguito i lavori con “Perlaparola, bambini e ragazzi nelle stanze della poesia”, corso di formazione per educatori.

“Del corretto e complesso rapporto tra Economia e Cultura: un manifesto per la Calabria” è il titolo del convegno che nel pomeriggio ha animato la prima edizione del Premio Sila ’49 , con protagonisti Piero Bevilacqua (Università La Sapienza di Roma), Pierangelo Dacrema (Università della Calabria), Fabio De Chirico (Soprintendente Bsae Calabria), Amedeo Di Maio (Università l’Orientale di Napoli). A poche settimane dallo svolgimento degli Stati Generali della Cultura, convocati a Roma a conclusione della campagna lanciata dal quotidiano il Sole 24 Ore, un interessante dibattito ha declinato i temi del dibattito nazionale in chiave locale, con particolare riferimento al Mezzogiorno e alla Calabria.

La giornata si è chiusa con il recital di Flavio Oreglio, Sulle spalle dei giganti.

Sabato 1 dicembre la cerimonia di premiazione dei vincitori, condotta dal giornalista del TG2 Enzo Romeo, è stata preceduta da un racconto collettivo ad opera delle compagnie teatrali Gruppo 80 e Voci Luci & Co.: Le belle pagine del Sila, un breve e suggestivo viaggio nella storia del Premio, ideale introduzione ai primi vincitori della nuova fase di una straordinaria avventura culturale chiamata Premio Sila.

Vincitori della prima edizione del Premio sila ’49 sono stati: Valeria Parrella con Lettera di dimissioni, edito da Einaudi, per la Sezione Letteratura. “Il romanzo di Valeria Parrella nel filone della narrativa civile napoletana – scrivono i giurati – fa di Napoli il teatro e la misura del fallimento delle ambizioni più alte di un’intera generazione, tradita dalla politica e dalla società. La ricchezza della scrittura, dei registri e dei linguaggi, fa del romanzo un’opera complessa e ambiziosa, che spicca nel panorama della letteratura della “convivenza” che infesta le nostre librerie”. Roberta Carlini con L’economia del noi edito da Laterza, “Premio al saggio di Roberta Carlini perché in una Italia pervasa dalla crisi economica, per la sezione Economia e società. “L’economia del noi” narra con rigore di esperienze positive di attività economiche organizzate sulla base dell’idea guida del bene comune, piuttosto che su quella, da tempo prevalente, dell’interesse individuale. A Sandro Bonvissuto per Dentro, edito da Einaudi, è stato assegnato il Premio Speciale della Giuria. “Il romanzo di Sandro Bonvissuto trasforma esperienze chiave della vita del protagonista in altrettanti esercizi spirituali fondati sullo sforzo di mantenere riconoscibile la condizione più alta dell’umanità in situazioni di costrizione e annullamento proprie di alcune istituzioni del paese: il carcere e la scuola”. Un altro Premio speciale è stato dedicato alla memoria di Mario Alcaro: “la sua storia accademica, il suo impegno politico sono concordi nella rappresentazione dell’opera di uno studioso significativamente legato ai temi del mondo meridionale e mediterraneo”.

Nei tre giorni di eventi è stato possibile, inoltre, visitare la mostra dal titolo “Premio Sila. Una storia”, che ripercorrendo sinteticamente le vicende del premio letterario ha permesso al numeroso pubblico intervenuto, soprattutto ai più giovani, di cogliere la portata e la dimensione culturale di un evento che ha segnato le vicende calabresi del recente passato e si pone ora, nel terzo millennio, l’ambizioso obiettivo di attualizzarne le coordinate culturali, più attuali che mai.

2013 Premio Sila ’49 – II edizione

Il programma realizzato ha raccolto un significativo successo di pubblico e una attenta partecipazione da parte del mondo della scuola.

Venerdi 29 novembre, in collaborazione con il Festival “Le Strade del Paesaggio”, manifestazione dedicata al fumetto e alle sue declinazioni, giunta alla settima edizione e organizzata dalla Provincia di Cosenza, è stata organizzata una giornata dedicata alla figura di Pier Paolo Pasolini. Cogliendo l’occasione rappresentata dalla partecipazione del disegnatore Davide Toffolo al festival è stato presentato il libro “Pier Paolo Pasolini”, edito da Coconino Press; ne hanno discusso, insieme all’autore, il giornalista del Quotidiano della Calabria Roberto Losso e Paride Leporace, Direttore della Lucana Film Commission. All’incontro hanno partecipato circa seicento studenti delle scuole superiori della Città di Cosenza, accompagnati dai rispettivi docenti.

Nella giornata del 6 dicembre l’attenzione è stata riposta negli studenti delle scuole primarie della città che hanno potuto partecipare, nella suggestiva cornice della Sala Quintieri del Teatro Rendano, al laboratorio dedicato alle fiabe e alle filastrocche tenuto dai maggiori esperti italiani del settore, l’autore e scrittore Bruno Tognolini. Sempre nella giornata del 6 dicembre, in orario pomeridiano, Bruno Tognolini ha tenuto un master class per insegnanti ed educatori molto partecipato.

Sabato 7 dicembre si è svolta la cerimonia di premiazione della II edizione del Premio Sila 49. Alla presenza del conduttore Michele Mirabella i tre soci fondatori della Fondazione Premio Sila, Mons. Salvatore Nunnari, l’Avv. Andrea Pisani Massamormile e l’Avv. Enzo Paolini hanno consegnato il premio ai vincitori delle tre sezioni.

Il riconoscimento per l’edizione 2013 è andato ad Alessandro Perissinotto con il romanzo “Le colpe dei padri” (Piemme) per la sezione Letteratura, a Domenico Losurdo per la sezione Economia e Società con l’opera “La lotta di classe” (Laterza), a Lucy Riall, per il suo saggio “Bronte, la rivolta. 1860” (Laterza) il Premio Speciake per la sezione dedicata al saggio in traduzione riguardante il Mezzogiorno.

La cerimonia di premiazione è stata caratterizzata dal ricordo della figura di Vincenzo Cerami, vincitore del Premio nel 1977 con il romanzo “Un borghese piccolo piccolo” e recentemente scomparso, cui la compagnia Libero Teatro ha dedicato un accorato reading, salutato da un caloroso applauso dal numeroso pubblico convenuto.

La Giuria

Piero Bevilacqua – Storico, Docente Università La Sapienza di Roma;

Francesco Maria Greco – Ambasciatore italiano presso la Santa Sede;

Renato Greco – Magistrato, Presidente del Tribunale di Cosenza;

Romano Luperini – Critico Letterario, Docente Università di Siena;

Marta Petrusewicz – Storica, Docente Unical;

Anna Salvo – Scrittrice, Docente Unical;

Emanuele Trevi – Scrittore, critico letterario;

Massimo Veltri – Ingegnere, Docente Unical.

Presidente: Amedeo Di Maio – Economista, Docente Università L’Orientale di Napoli;

Il Premio Sila ’49 è diretto da Gemma Cestari e Luca Ardenti.