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TAURIANOVA (RC), MERCOLEDì 12 AGOSTO 2020

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Il dotato mediocre Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sulla intelligenza

Il dotato mediocre Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sulla intelligenza
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L’intelligenza è una qualità dolorosa; non ha mai fatto felice nessuno. Essa è la misura del patimento.

Sembra un paradosso, e non è: non si soffre in relazione al sentimento, ma in relazione all’intelligenza, poiché anche i sentimenti si snodano in funzione del pensiero.

Le creature veramente intelligenti, si sono sempre detestate per questo terribile dono: da Rudyard Kipling che nel suo testamento olografo suggeriva di celare agli astanti la eccessiva intelligenza, a Francoise Sagan che in un suo romanzo rilevava come nulla valga ai fini pratici più di una certa forma di stupidità.

La verità è che l’intelligenza è la qualità più opinabile: Ugo d’Andrea in La Rivoluzione moderna si chiama America, ritiene Lenin più intelligente di Stalin, e perciò meno fortunato, poiché Stalin col popolare passo aderiva maggiormente alla mediocre realtà populista.

Diversamente Curzio Malaparte, il quale ne Le bonhomme Lènin, assicura che Lenin era un mediocre, la cui grandezza si componeva di piccole cose, d’un’ardente capacità del meticoloso, d’una volontà talora timida e talora violenta, attitudini bieche che pianificarono la vittoriosa rivoluzione bolscevica, dove mutatis mutandis il genio di Cesare, di Cromwell, di Napoleone avrebbe certamente fallito.

Ma è anche vero che, ciò che propriamente arricchisce il pensiero non è lo studio, ma l’osservazione.

Incliti filosofi, che si dissugano nel perimetro delle amene biblioteche, valgono meno dell’illetterato che, errando per le vie del mondo, acquisisca temi e concetti dalla realtà circostante.

Il libro riflette l’ipotesi concettuale; l’osservazione mostra la realtà in atto: val sempre più dell’ipotesi!

Ma non si è mai capito se l’intelligenza sia agevolata dalla ricchezza o dalla povertà.

C’è chi giura che Giuseppe Verdi non avrebbe palpato le cime se la miseria non lo avesse spronato; e c’è chi garantisce che Giovanni Pascoli sarebbe rimasto un ignoto professore di scuole medie se l’agiatezza non gli avesse dato tempo e modo di studiare comodamente.

Non si può sottacere che l’abbiente Lev Tolstoj, potette consentirsi il lusso di gittare un quinquennio della sua vita per scrivere Guerra e Pace; che Gustave Flaubert, agiato, potette studiare in una camera riscaldatissima d’inverno e, d’estate, con gli alberi che scandivano ventosi sussurri dalla veranda spalancata; che Paul Cézanne, con i depositi in banca, potette provare e riprovare sino al raffinamento della sua arte; che Guy de Maupassant potette dimettersi dall’impiego ministeriale per dedicarsi alla sola arte ed alla pazzia che lo colse.

Senza quell’ammasso di debiti sotto i quali si affannava, Honoré de Balzac non avrebbe avuto il pungolo di scrivere i suoi innumerevoli romanzi e François Rabelais senza il bisogno di denaro sarebbe rimasto l’anonimo medico dell’Ospedale di Lyon.

L’intelligenza abusata porta anche alla gloria effimera, simboleggiata dalla foglia d’alloro, dal sapore forte, acre, amaro inibitore del gusto dolce; anche la gloria fa perdere il sapore corrente della vita: la solitudine della cima da vivo e il freddo monumento da morto!

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