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TAURIANOVA (RC), MERCOLEDì 25 MAGGIO 2022

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L’inno alla guerra Riflessioni ironiche del giurista Giovanni Cardona sull’Inno di Mameli

L’inno alla guerra Riflessioni ironiche del giurista Giovanni Cardona sull’Inno di Mameli
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Scrivo per rappresentare una grave antinomia.

L’Italia repubblicana, che, com’è noto è per la pace, cui dedica marce, comizi, comitati, tavole rotonde, quadrate, rettangolari, iniziative di ogni genere, religiose, laiche, atee, agnostiche, verdi, rosse, bianche, ineolori etc., ha un inno nazionale bellicista, anzi imperialista, scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847.

Eccovi il testo: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta; dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa. Dov’è la vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamoci a corte, siam pronti alla morte, Italia chiamò. Noi fummo da secoli Calpesti e derisi, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme; Di fonderci insieme già l’ora suonò. Stringiamoci etc.

Uniamoci, uniamoci! L’unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio; Uniti, per Dio! Chi vincer ci può? Stringiamoci etc.

Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il cuore e la mano; l bimbi d’Italia si chiaman Balilla; Il suon d’ogni squilla i Vespri suonò. Uniamoci etc. Son giunchi, che piegano, le spade vendute. Già l’aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia bevè, col Cosacco il sangue Polacco, ma il cor le bruciò.

Stringiamoci etc.”.

Com’è facile notare, non solo nei versi non ricorre mai la parola pace, ma vi è una continua esaltazione bellica.

Scipio, che deriva dall’antico soprannome latino Scipio o Scipionis significante “bastone” e non giglio o altro fiore simbolo di pace, è da individuarsi chiaramente in Publio Cornelio Scipione, della famiglia degli Scipioni, tutti generali e condottieri romani.

Il nostro fu il più famoso perché debellò Annibale a Zama, ponendo fine alla seconda guerra punica, per cui meritò il titolo di Africano.

Quindi un guerrafondaio appartenente a una stirpe di guerrafondai!

L’elmo di cui deve cingersi la testa l’Italia è l’elmo di un guerriero sanguinario non è verosimilmente un copricapo di un obiettore di coscienza!

Ma vi è di più.

Secondo il Mameli, la Vittoria è addirittura schiava di Roma. L’accenno razzistico è di tutta evidenza; inoltre occorre considerare che la vittoria consegue a una guerra, per cui si persevera ancora una volta sul bellicismo.

Dove poi si scantona nell’anacronismo bellicoso è laddove si afferma: “I bimbi d’Italia si chiaman Balilla“. Come si vede, qui siamo dinanzi ad un preveggente refuso storico ante litteram!

Se l’autore dell’inno fosse ancora vivo, rischierebbe senz’altro un processo.

Ma ormai egli è al sicuro: il reato è estinto sia per prescrizione, sia per trapasso del reo.

Anche questa testata, per aver pubblicato le parole dell’inno, potrebbe essere incriminata di istigazione o apologia (art. 414 codice penale) o quanto meno di pubblicazione o diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico (art. 656 codice penale).

Occorre cambiare l‘inno nazionale, con una policroma marcia della pace, che si proponga il conseguimento di tale scopo.

A esso certo si unirà, per convergere allo stesso fine, una nutrita schiera di femministe, giustamente indignate perché l‘autore dell’inno, chiaramente maschilista, si è rivolto ai “fratelli d’Italia” e non anche alle “sorelle d’Italia”.

In attesa, dell’esito di tali giuste proteste, scambiamoci un segno di pace.