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TAURIANOVA (RC), MERCOLEDì 25 MAGGIO 2022

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Il principio di Heisemberg Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sul condizionamento delle verità

Il principio di Heisemberg Riflessioni del giurista Giovanni Cardona sul condizionamento delle verità

I romani dicevano che il giudicato processuale fosse “pro veritate habetur”, ossia non la verità, ma, per umana e necessaria convenzione, una verità processuale che doveva essere stimata per la verità assoluta in terra.
Nelle aule di giustizia converrebbe parlare più propriamente di certezza processuale, ma ci imbattiamo in contraddittori i quali assillati quasi sempre dalla ricerca della propria verità, commettono le più atroci ingiustizie.
Nell’accezione più semplice, verità è la perfetta corrispondenza tra ciò che viene rappresentato in ordine ad una certa realtà e questa realtà oggetto della rappresentazione.
Sennonché, questo modello matematico di rappresentazione definitiva e compiuta, è stato smentito dalle teorie relativistiche più avanzate e raffinate e dalla fisica quantistica, secondo la quale la verità viene inevitabilmente influenzata dal soggetto osservante: in altri termini l’osservatore interagisce con l’oggetto osservato nel momento stesso in cui cerca di conoscerlo rimodulandone soggettivamente la verità.
La conseguenza è contenuta nel noto principio di indeterminazione di Heisemberg, il quale stabilisce come la conoscenza di un fenomeno fisico è sempre probabilistico ossia carente di una incontrovertibile certezza.
Pertanto, senza indugiare, possiamo asserire come la verità non sia un dato finito, conseguibile ed acquisibile, ma è una prospettiva infinita e mutevole lungo la quale ci si può indefinitamente muovere, senza pervenire ad una rappresentazione finale e definitiva.
Molto spesso una ragione di tale parzialità veridica, può essere l’ampliamento delle prospettive dalle quali il fenomeno si osserva, infatti, se il sistema di riferimento si allarga, muta conseguentemente, la rappresentazione del fenomeno medesimo.
Quindi le verità sono sempre parziali e dipendono dai sistemi di riferimento in base ai quali viene osservata la realtà.
La fisica quantistica ci insegna quanto l’osservatore metta sempre “de quo” nella ricerca, incidendo sostanzialmente ed influenzando l’oggetto dello screening veridico.
La mancanza di neutralità dell’osservatore, è spesso figlia della propria esperienza, della storia personale, ma soprattutto del proprio specifico interesse alla ricerca condizionata da parametri a volte erroneamente considerati.
Sostenere che basterebbe avere un organo inquirente imparziale, nella ricostruzione dei fatti oggetto di un procedimento penale, affinché via sia un accertamento rapido e equo della verità, collide con il limite gnoseologico di cui si è detto, costituito dalla immanente iterazione tra osservatore ed oggetto della osservazione.
Ciò non significa affatto mala fede o eccesso di pervicace attività inquisitoriale, ma una rappresentazione della realtà, la quale pur animata da un interesse pubblico volto alla ricerca ed alla punizione del colpevole, è, tuttavia parzialmente condizionata dal ruolo e dallo specifico interesse che alimenta il potere-dovere nell’esercizio dell’azione penale.
L’opera pirandelliana “Così è se vi pare” è in tal senso emblematica, in essa il grande drammaturgo ci rappresenta il gioco della conoscenza come luogo di verità inesorabilmente parziali, nessuna delle quali riesce a prevalere sulle altre.
“Per rendere la verità più verosimile, bisogna assolutamente mescolarvi un po’ di menzogna.” (Fëdor Dostoevskij, I demoni, 1871)